Oscar Wilde definì Whistler “l’inventore” della nebbia londinese: infatti il pittore statunitense recalcitrava di fronte alla realtà fenomenica preferendo cogliere, di brume e foschie, gli aspetti più allusivi e misteriosi. Questo linguaggio narrativo si specchia nel quadro “Notturno nero e oro – Il razzo cadente”, realizzato nel 1875. Del razzo, soggetto principale della tela, non rimangono in verità che fuggenti scintille dorate, le quali punteggiano l’area verde di Chelsea (adagiata sulle rive del Tamigi, a Londra) di una luce lieve e sulfurea. Poiché Whistler rifuggiva dalla deferenza ad una resa rigorosamente contingente del mondo esterno, compose questo quadro declinandolo, di proposito, a letture diverse. Di conseguenza, alcuni critici hanno scorto, in frammenti di un’atmosfera sfumata e soffusa, lanterne giapponesi in volo; altri hanno individuato, più in generale, visioni cosmiche disancorate da riferimenti concreti e fattuali. A conferma di questo esplicito dettato pittorico, Whistler stesso dichiarò: “Se l’uomo che dipinge solo l’albero e il fiore fosse un’artista, il re degli artisti sarebbe il fotografo. E’ compito dell’artista fare qualcosa che va oltre”. L’opera dunque – sotto l’egida di un pennello restio ad un’oggettività banale e scontata – si svincola da una narrazione prettamente mimetica per assumere una spiccata espressività in calibrato equilibrio tra simbolismo e surrealismo.
