Molte relazioni nascono dal vuoto, non dalla pienezza: di conseguenza, la solitudine sincera è da preferire ad una compagna finta. In merito, era radicale, non conosceva compromessi Dostoevskji, perché animato dalla lucida consapevolezza che scegliere di stare soli – piegandosi sempre con dignità alle angustie e alle tribolazioni dettate dal destino – costituisce un solenne atto di rispetto verso sé stessi.
In “Memorie dal sottosuolo” il protagonista, l’antieroe per eccellenza, rivendica – di fronte ad una società che si accontenta di tessere rapporti fiacchi ed effimeri nel timore di sperimentare il deserto degli affetti – il diritto a “starsene per conto suo”. Una rivendicazione che è espressione di una concezione alta della dignità della persona, la quale predilige rifugiarsi in “un’ombra autentica” piuttosto che esporsi ad “una luce falsa”. E sebbene il “sottosuolo” finisca per identificarsi con la sua vita interiore (fatta di rancore, di frustrazioni e di affannose speculazioni), ad emergere dal caotico scenario è pur sempre il fiero sentire del proprio valore, forgiato appunto al fuoco di una solitudine che si innerva di un potere catartico.
E’ di una drammatica incisività l’interrogativo che scuote la coscienza dello scrittore: essere soli e non capiti, è forse questa la vera tragedia dell’uomo? Tra la realtà della solitudine e il bisogno di essere compresi il discrimine non solo è sottile, ma è anche e soprattutto insidioso. Infatti lungo tale discrimine si misura, da un lato, il desiderio della persona, fiera e gelosa dell’io, di custodire i propri talenti difendendoli da ostili interferenze e da volgari inquinamenti; dall’altro, si constata la legittima urgenza di far sapere al prossimo, come scrive Dostoevskji, “che esisto”. Un’urgenza cui intimamente si lega l’aspirazione, anch’essa legittima, ad essere apprezzati. Di fronte a questa ambivalenza, al contempo intrigante e corrosiva, lo scrittore giunge alla conclusione che “il dolore della solitudine è come un urlo muto del cuore, nessuno lo sente, ma tu sì”. Una conclusione in cui si specchia la rottura, inappellabile, del legame tra l’io e il mondo.
