E’ tra il 1950 e il 1952 che Alberto Burri cominciò a realizzare i celebri “Sacchi”, ottenuti cucendo vecchie pezze di tela di sacco, di grana e di colori differenti. “Sacco 5 p”, del 1953, è una delle opere ottenuta con tela di juta, ovvero il materiale tipico dei sacchi destinati a contenere generi di prima necessità. La tela di juta assurge a protagonista: nella concezione di Burri, essa non si limita a fare da supporto per la creazione artistica. Questo materiale, umile e grezzo, diventa un vero e proprio elemento pittorico. Pezzi di tela rattoppati sono cuciti secondo un criterio di simmetria: gli effetti cromatici, plastici e materici sono affidati alle diverse tonalità e agli spessori dei sacchi. Per rendere la composizione ancor più schietta e informale, su alcuni sacchi sono praticate lacerazioni, vistose e pronunciate. Questo metodo di lavoro richiama le modalità di Lucio Fontana (che pose le basi del movimento spazialista), sebbene si riscontri una significativa differenza. Mentre Fontana usava i tagli per interrompere, nelle sue opere, la continuità della superficie, Burri utilizzava i tagli interpretandoli come varchi, frutto di un’azione ben meditata. Non è certo un caso che in questa dimensione narrativa svolga un ruolo centrale il colore rosso, il quale, metaforicamente, allude al sangue prodotto dalla lacerazione, sentita come pervasiva e dolorosa. Alcuni critici hanno optato per una lettura “formale” del lavoro di Burri. Secondo Giulio Carlo Argan, con i suoi sacchi l’artista si era limitato a creare la finzione di un quadro, una sorta di trompe l’oeil a rovescio, nel quale “non è la pittura a fingere la realtà, ma la realtà a fingere la pittura”. Certo è, tuttavia, che la valenza astratta finisce per cedere il passo all’obiettiva realtà rappresentata da questi sacchi, cuciti e ricuciti, sfilacciati, che ricordano i vestiti dei poveri, pazientemente rammendati e recuperati.
