Non era certo di gusti facili il celebre storico dell’arte Giorgio Vasari. E fu quindi un titolo di merito per il Parmigianino il lusinghiero giudizio espresso su di lui dal bizzoso aretino: “Fra molti che sono stati dotati in Lombardia della graziosa virtù del disegno e d’una certa vivezza di spirito nell’invenzioni, non è da posporre a nessuno, anzi da preporre a tutti gl’altri, Francesco Mazzuoli parmigiano, il quale fu dal cielo largamente dotato di tutte quelle parti che a un eccellente pittore sono richieste”. In che cosa consistono queste “parti”? Esse si specchiano, anzitutto, nella venustà, nella dolcezza e nella leggiadria. Il Parmigianino (il suo nome di battesimo è Girolamo Francesco Maria Mazzola) ebbe infatti il dono di conferire all’arte “un lume di grazia”, virtù, questa, che lo fece assurge a modello, in primo luogo, degli studiosi del disegno. Ed è significativo il fatto che non furono né smentiti né contraddetti alcuni critici che addirittura osarono collocarlo, per certi aspetti della sua pittura, al “divino” Raffaello.
Il Parmigianino fu tra i massimi esponenti della corrente manierista, che si rifaceva ai “grandi” del Rinascimento (Michelangelo “in primis”) coltivando tuttavia un metodo alternativo, consistente nel virtuosismo pittorico e nella trasgressione, non plateale ma sicuramente perentoria, delle regole prettamente classiche. Una trasgressione che mirava a sostituire anzitutto il deferente rispetto dei pittori rinascimentali per l’armonia dei colori con accostamenti di toni tra loro stridenti, nel segno di un linguaggio narrativo meno disciplinato nell’osservare la rigorosa geometria della prospettiva all’interno della tela.
Fu un artista prolifico. Sempre molto ricercato dai committenti, cercò sempre di onorare gli impegni presi e di rado declinò le offerte di lavoro. Va comunque rilevato che quando giunse a Roma, pur avendo fatto dono di alcune sue opere a Papa Clemente VII, non ottenne dal Pontefice commissioni dirette (in un primo momento gli aveva indicato la possibilità che gli venisse affidato l’affresco della Sala dei Pontefici nell’Appartamento dei Borgia). Lavorò piuttosto per personaggi della corte pontificia, tra i quali Lorenzo Cybo, capitano delle guardie pontificie, di cui realizzò un ritratto (oggi conservato a Copenaghen) in cui spicca la sua consueta acutezza nel sondare la psicologia del soggetto.
Come detto, c’è chi lo accostò a Raffaello. Certo è che il Parmigianino dedicò lunghe ore di studio alle opere del maestro e all’arte classica in generale. Di tali studi, condotti con zelante umiltà, restano alcuni disegni, come una testa del “Laocoonte” a Chatsworth e uno schizzo della “Scuola di Atene”, alla Royal Library del Castello di Windsor. Durante il soggiorno romano l’artista eseguì, nel 1527, la “Visione di San Girolamo”, una monumentale pala d’altare preceduta da un intenso lavoro preparatorio: fu però interrotta a causa dell’invasione dei Lanzichenecchi durante il sacco di Roma. Un’impostazione spregiudicata caratterizza questa pala. Essa infatti si assesta su piani verticali in sequenza, senza il proposito di rimarcare uno spazio geometricamente misurabile. Al contrario, esso risulta essere come innaturale. Torreggia, in primo piano, la figura del Battista che, con una torsione echeggiante l’inconfondibile tratto michelangiolesco, indirizza lo spettatore alla visione della Vergine col Bambino più in alto, illuminata da una luce dietro l’aureola che ricorda “le epifanie divine” del Correggio. San Girolamo addormentato evoca con il suo sogno la visione e s trova “scorciato” su un prato a destra, in una posa che richiama la “Venere” sempre del Correggio. Tuttavia rispetto al modello, il Parmigianino compie uno scarto, perché sa stabilire un rapporto originale tra le diverse figure, come pure ha l’ardire di violare la misura tradizionale delle proporzioni allungandole e di adottare un uso espressivo, quasi aggressivo, del colore.
Nell’itinerario pittorico dell’artista riveste un ruolo significato il periodo bolognese durante il quale compose, tra il 1529 e il 1530, la “Madonna di Santa Margherita”. In quest’opera le figure (anch’esse dalle proporzioni allungate) mostrano una frastagliata varietà di pose, gesti e sguardi che generano per l’occhio dello spettatore un spumeggiante moto circolare. Di pregevole fattura è anche la “Madonna della Rosa”, un’opera raffinata, dal sapore quasi pagano. La veste trasparente della Madonna, la posa del Bambino dai capelli inanellati e con un bracciale di corallo al polso, gli sbuffi civettuoli della tenda, danno al dipinto una sorta di impronta profana. Qualche critico, di fronte a tale opera, storse il naso lamentando che un soggetto squisitamente religioso non poteva tracimare nella sensualità, per quanto solo sfumata. Ma la verità è che di fronte all’arte del Parmigianino risulta ozioso operare distinzioni o erigere diaframmi tra la dimensione sacra e la dimensione profana. Entrambe infatti soggiacciono alla precisa cifra stilistica dell’artista, innervata di eleganza decorativa, di virtuosismo compositivo e di raffinatezza formale.
