La tela intitolata “Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto” (1814) di Ingres si inserisce in quel filone di dipinti narrativi a sfondo storico che l’artista francese cominciò a realizzare durante il suo soggiorno romano. Il soggetto, tratto dal quinto canto dell’”Inferno” del poema dantesco, costituisce un caso isolato nella produzione del pittore. Il tema e in particolare la fonte da cui era stato tratto rappresentò uno dei cardini fondamentali della poetica di un gruppo di pittori tedeschi, i nazareni, che all’epoca aveva la propria sede nell’abbandonato convento di sant’Isidoro a Roma. Ingres trovò nella poetica di questi artisti la conferma di alcune sue intuizioni che avevano provocato il giudizio negativo di alcuni critici che vedevano nelle sue opere un discutibile gusto per le forme “gotiche”, oscure e conturbanti, e quindi ben lontane dalla sua consueta dimensione pittorica, raffinata e castigata. Furono queste suggestioni ad incoraggiare una sperimentazione che riuniva in “Paolo e Francesca sorpresi da Gianciotto” la grandezza dell’opera dantesca al primo linguaggio artistico veramente innovativo: quello della pittura italiana del Quattrocento, tradotta da Ingres con tratti di pennello asciutti e sintetici. Dominato dal colore rosso, presagio del sangue che sarà versato, il quadro, pur rimanendo entro i limiti di un composto equilibrio compositivo, indugia sulle forme allungate della coppia (le braccia di Francesca e le gambe di Paolo): un particolare, questo, che almeno in parte sottrae alla drammatica scena la grave solennità che le compete, per consegnarla ad una narrativa più spicciola e aneddotica. L’opera fu richiesta al pittore da una delle più importanti committenti del periodo romano, Carolina Murat.
