Giovanissimo, Donatello si cimentò nella scultura di un crocifisso di legno per la chiesa di Santa Croce a Firenze. Appena l’opera fu completata, la mostrò a Brunelleschi, collega e amico. “Mi sembra – gli dissi senza ambagi – che tu abbia messo in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo ed in tutte le sue parti il più perfetto uomo che nascesse giammai”. Donatello, ferito da questa critica, inaspettata, replicò stizzito: “Se così facile fusse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo e non un contadino; però piglia del legno e pruova a farne uno ancora tu!”. Quel giorno stesso Brunelleschi si mise al lavoro. Poi invitò Donatello a desinare, non prima comunque di aver comprato uova e formaggio. Quando Donatello vide il crocifisso scolpito da Brunelleschi, fu invaso da una tale meraviglia che, avendo sollevato le braccia in un segno di rassegnazione, fece cadere le uova e il formaggio che teneva nella falda del grembiule. “Con che desineremo noi, avendo tu versato ogni cosa?, gli domandò Brunelleschi, alquanto contrariato. E Donatello, che non riusciva a staccare gli occhi da quel crocifisso, umilmente rispose: “Io, per me, ho per stamani avuta la parte mia. Se tu vuoi la tua, pigliatela. A te è conceduto dare i Cristi ed a me i contadini”. Quando, che conosceva le due opere, ebbe poi a dire che preferiva il contadino di Donatello all’etereo Cristo di Brunelleschi, il quale era “così esile e immateriale da dare l’impressione che fosse stato creato per essere crocifisso”. Per Michelangelo il crocifisso di Donatello suggeriva il pensiero che la spiritualità di Cristo non dipendeva dalla delicatezza della sua figura fisica, ma dall’indistruttibile sublimità del suo messaggio.
