Considerata all’epoca il simbolo del trionfo della rivoluzione industriale e del progresso scientifico, la ferrovia esercitò un potente fascino su Edouard Manet. Un fascino che si tradusse in un quadro intitolato, rigorosamente, “La ferrovia”, che il pittore francese realizzò tra il 1872 e il 1873. La tela fa parte di una serie di opere tutte raffiguranti la stazione di Saint-Lazare, a Parigi, cara agli impressionisti, in particolare a Claude Monet. Il quadro fu composto en plein air: solo successivamente alcuni dettagli furono aggiunti nel chiuso dell’atelier. Protagoniste del dipinto sono una donna e una bambina. La donna ha uno sguardo pensieroso. Sul grembo regge un ventaglio, un libro aperto e un cagnolino addormentato. Quest’ultimo soggetto costituisce una citazione dalla “Venere di Urbino” di Tiziano, artista ammirato da Manet con fervente trasporto. La bambina è vestita con un elegante abito bianco e blu. Rivolge le spalle all’osservatore. E’ aggrappata all’inferriata e sebbene non le si veda il volo, s’intuisce l’attenzione con cui segue lo spettacolo del treno in manovra, che si fa strada verso la stazione emanando sbuffi di fumo. Completa la scena un grappolo d’uva, posto a destra del muricciolo. Spicca dunque il contrasto tra il distacco della donna matura che già conosce bene la vita (e dà le spalle al treno da lei tante volte contemplato in passato) e la fresca curiosità di una adolescente che alla vita si è appena affacciata. Il ritmo della visione è scandito dal succedersi delle sbarre dell’inferriata: tale prospettiva – innovativa per quel tempo e da principio non gradita dai critici – era stata già sperimentata da Manet nel quadro “Il balcone”, realizzato tra il 1868 e il 1869.
