Si rimandano l’uno all’altro, nel segno di un mutuo rapporto che ne svela l’identità e la funzione simbolica: sono due amori, quello sacro e quello profano, lontani tra loro sono in superficie. Se interviene la riflessione, ben si comprende come essi siano strettamente legati. Ne deriva un doppio, che non è mera sovrapposizione, ma felice integrazione che sa rispettare le peculiarità dell’altro termine di confronto. E’ questo assunto che ispira l’opera di Tiziano intitolata “Amor sacro e amor profano” (1515). In un paesaggio dal marcato tratto bucolico, due donne – una vestita (amor profano) e una seminuda (amore sacro) – stanno nei pressi di una fontana: un bambino alato (Eros) è intento ad agitare l’acqua in essa contenuta. Le due donne presentano una fisionomia identica e questo elemento sta a significare che ogni persona possiede entrambe le caratteristiche di natura opposta. Sullo sfondo s’intravede una città sulla quale sorge l’alba, a cui fa da contrappunto un villaggio dove il sole sta tramontando. Anche in questo caso viene raffigurata la dimensione del doppio incarnata dal sole che, pur nello spazio ristretto di una tela, riesce a compiere la sua naturale funzione. Si viene così a configurare una sorta di chiasmo petrarchesco, ovvero un intreccio che richiama al contempo sia il doppio amore sia le due classiche fasi del sole. In sostanza, s’impone un duplice doppio che nella sua densità di contenuto conferisce all’opera un respiro vasto e robusto. Tiziano non stabilisce una gerarchia, né fissa priorità: l’amore sacro si specchia in quello profano, e viceversa, il sole che sorge a suo modo si riverbera nel sole che tramonta, e viceversa. Il doppio che deriva da questa impostazione narrativa non genera confusione: al contrario, genera e suggella un’esposizione esaustiva.
