In “Diana e le ninfe” (1655) Vermeer non fa riferimento ad alcun episodio particolare legato al mito. Diana è semplicemente raffigurata in un paesaggio rustico insieme ad alcune ninfee: la dea siede assorta mentre una fanciulla le deterge i piedi. Non vi sono elementi che alludano alla sua natura di cacciatrice. L’impressione che si ricava dalla tela è che l’artista olandese abbia voluto rappresentare Diana come divinità notturna: l’unico attributo evidente è infatti la falce di luna che le orna il capo. La luce calda, con venature dorate, suggerisce che la scena si svolge all’imbrunire. Si respira una atmosfera calma, intrisa di staticità. Al contempo è dato di riscontrare una traccia di sopita malinconia, dettata dall’atteggiamento delle figure, chiuse in sé stesse: gli sguardi sono chini, fissi sul terreno, e il volto della dea è addirittura velato da un’ombra. Dell’opera alcuni critici hanno dato una lettura simbolica, basata sull’associazione tra la notte e la morte. E’ stata avanzata anche un’interpretazione cristologica, suggerita dal lavaggio dei piedi, rito, questo, rappresentato da Vermeer con una solennità estranea alla tradizione de dipinti mitologici. Alcuni espedienti stilistici e la tecnica pittorica con colori densi aprono a significativi paralleli con Rembrandt: la posizione e l’atteggiamento assorto di Diana richiamano la “Betsabea con la lettera di David” del Louvre, datata 1654. Nella tela di Rembrandt, la sguardo della protagonista, tuttavia, non è solo assorto, ma anche angosciato. Infatti ha appena ricevuto la lettera in cui il re David le chiede di tradire il marito Uria: nell’espressione travagliata della donna si legge il dramma della scelta che dovrà fare, ovvero se restare fede al marito o ubbidire al re.
