Non le mancava certo l’intuito di capire, semplicemente sfogliando il primo abbozzo di un’opera, se l’autore o l’autrice meritavano la giusta attenzione. L’inglese Diana Athill – morta a 101 anni ed una vera e propria istituzione dell’editoria inglese – aveva compreso subito che Margaret Atwood e V.S Naipaul (premio Nobel nel 2001) ne avrebbero fatta di strada. Dopo la laurea ad Oxford e un impiego alla Bbc durante la seconda guerra mondiale, per oltre cinquant’anni Athill ha lavorato nel mondo dell’editoria, contribuendo in maniera determinante all’affermazione della casa editrice Andre Deutsch Ldt, dove è stata editor di autori quali Philip Roth, John Updike, Mordecai Richler, Simone de Beauvoir, Jack Kerouac. Il lavoro dell’editor fu da lei vissuto come una missione: si guadagnò per questo il lusinghiero soprannome di “signora dei libri”. Dopo il pensionamento, nel 1993, pur continuando a svolgere consulenze editoriali, la Athill intraprese ella stessa la carriera di scrittrice, componendo romanzi, racconti e memorie. “Il suono della pioggia”, “Sarebbe bastata una lettera”, “Da qualche parte verso la fine” (con cui vinse nel 2008 il Costa Prize for Biography) sono le sue opere più note, nonché la puntuale risposta a coloro che l’avevano definita una “scrittrice mancata”. Più volte, durante la sua lunga carriera di editor, le fu chiesto quali fossero i principali consigli che soleva dare agli autori. Due, in particolare, le raccomandazioni: riflettere prima di scrivere, e poi un perentorio e impietoso “cut”, “cut”, “cut”, ovvero l’esortazione – rivolta anche agli scrittori già affermati – a puntare all’essenziale, bandendo oziosi preziosismi e stucchevoli fioriture retoriche. Quel che resterà è arte.
