Prima no, poi sì. Fece un clamoroso voltafaccia Maximilien de Robespierre riguardo alla pena di morte. Uno dei protagonisti della Rivoluzione francese e tra i padri della prima Repubblica, l’”Incorruttibile” assunse, nel periodo del Terrore, la guida indiscussa della Francia. La sua discontinua e nervosa parabola politica fu contraddistinta – a motivo della cosiddetta e abusata ragion di Stato – da spiazzanti andirivieni: la sua ondivaga posizione sulla pena di morte ne è esemplare testimonianza.
Ispirandosi al giurista Cesare Beccaria e al codice leopoldino del Granducato di Toscana, Robespierre – in un discorso all’Assemblea Costituente del 30 maggio 1791 – dichiarava: “La pena di morte è necessaria, dicono i partigiani degli antichi barbari usi; senza di essa non ci sono freni abbastanza potenti contro i delitti. Chi ve lo ha detto? La verità è che le pene non sono fatte per tormentare i colpevoli. L’umanità non deve essere offesa con un eccesso di rigore. Di conseguenza è mia convinzione che la pena di morte deve essere abrogata”. Salvo poi fare marcia indietro quando – dopo aver contribuito alla caduta della monarchia e alla nascita della Repubblica – ritenne “strategico”, alla fine del 1792, chiedere la condanna a morte del sovrano, Luigi XVI (sarà attuata il 21 gennaio 1793).
Nel discorso del 3 dicembre 1792 affermava: “Sì, la pena di morte in generale è un delitto. Tale delitto può essere giustificato solo se esso si rende necessario per garantire la sicurezza degli individui e del corpo sociale. Qui si tratta di un re detronizzato nel cuore di una rivoluzione, ed è un re il cui solo nome attira la piaga della guerra. Non sono sufficienti, nel suo caso, né la prigione né l’esilio. Il sovrano, infatti, è da considerare un traditore della nazione francese e un criminale verso l’umanità”.
Non passò molto tempo prima che la pena di morte – ironico destino – venisse applicata anche a lui. Accusato, sia dai moderati che dai giacobini, di aspirare alla dittatura, con il colpo di Stato del 9 termidoro fu dapprima messo in stato di accusa e poi giustiziato. Era il 28 luglio 1794 quando la ghigliottina fece rotolare la sua testa. Il destino ancora una volta si rivelò beffardo: il boia, Henri Sanson, che aveva fatto calare l’esiziale lama era lo stesso che aveva giustiziato, per ordine proprio di Robespierre, Luigi XVI.
