Prima le radici, poi i diritti. Il principio formulato da Simone Weil nel saggio “La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana” (1949) scosse la società benpensante dell’epoca. Il teologo Christian Moller definì il libro “un monologo confuso e imbrogliato”, pur riconoscendo che in esso “brillano pagine molto belle”; dal canto suo, lo scrittore Heinz Abosch sottolineò il debito della filosofa francese nei riguardi di Karl Marx: il suo concetto di “sradicamento” non sarebbe stato da lei plasmato senza la teoria marxiana di “alienazione”. A tali valutazioni replicò il filosofo Augusto Del Noce che, nell’elogiare l’opera, ne evidenziava la forza dirompente in quanto espressione di “una coscienza tragica”.
“Avere radici – dichiara la Weil – è forse la cosa più importante per l’anima, e anche la meno riconosciuta. Un essere umano ha radici solo in virtù della sua naturale e attiva partecipazione alla vita di una comunità che, nello stesso tempo, conserva i tesori del passato e alimenta le fiduciose attese per il futuro. In sostanza, se un individuo denuncia la mancanza di radici, forti e solide, significa che il suo ruolo nella società è negletto e marginalizzato. Solo dopo aver constatato ciò, è possibile, anzi doveroso parlare di dignità lesa e offesa.
Il saggio fu pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Gallimard, nella collana “Espoir” diretta da Albert Camus, secondo il quale il testo poteva davvero offrire le direttive per un “risarcimento europeo” sulle macerie della guerra. Una seconda edizione, accresciuta, venne pubblicata nel 1950, quando comparve anche una recensione favorevole del filosofo Emmanuel Mounier che calorosamente consigliò il libro – animato in ogni pagina da “una fiamma interna” – alle persone coinvolte nei “classici intrighi di potere”. Il saggio fu scritto dalla Weil dopo che l’organizzazione “France libre”, cui la filosofa si era unita, l’aveva incaricata di raccogliere spunti e idee su come gestire “una situazione di pace” al termine della seconda guerra mondiale. In tale contesto prese forma un’opera che delinea il progetto di una società rinnovata, basata sulle “esigenze dell’anima” e non più sui “meccanismi di oppressione”.
Le devastazioni causate dal conflitto non erano certo solo materiali: la stessa identità dell’individuo era stata colpita e lacerata. E’ anzitutto ai connazionali che la filosofa francese si rivolge, esortandoli all’azione, a vincere timidezze e tentennamenti, per rivendicare il senso e la nobiltà delle proprie radici. Atto, questo, inteso come ineludibile punto di partenza lungo un cammino che ambiva a ripristinare, nella sua piena integrità, il valore della persona. “Un albero le cui radici sono state quasi completamente erose è destinato a cadere al primo colpo di vento” scrive la Weil, consapevole che le prime vittime dello sconvolgimento determinato dalla guerra sono gli appartenenti alle classi povere e meno abbienti. Lei stessa va a visitare i contadini e gli operai che lavorano nella vasta periferia di Parigi: è a loro che ella cerca di far comprendere l’importanza del riappropriarsi delle proprie radici, riconoscendo in esse l’essenza di una tradizione che nessuno può arrogarsi il diritto di spezzare.
