In “Memorie dal sottosuolo” Dostoevskij fa dire al protagonista: “Sono fermamente convinto che non solo l’eccesso di coscienza, ma addirittura qualsiasi coscienza è una malattia”. Quindi aggiunge: “Sono un uomo malato, cattivo, sgradevole. Non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro”. Il protagonista si definisce “abbastanza colto” per non essere superstizioso, eppure superstizioso “lo sono” dichiara, nel groviglio di contrastanti pulsioni, le quali dettano un vertiginoso andirivieni di conferme e smentite. “Di per sé – afferma – il mio cappotto era tutt’altro che malvagio, scaldava; ma era imbottito d’ovatta e il bavero era di procione, il che rappresentava già il massimo del gusto plebeo. Bisognava sostituire il bavero a tutti i costi e farsene uno di castorino, tipo quello degli ufficiali”. E poi sentenzia: “Oltre alla lettura non avevo risorse”.
Egli è roso dall’angoscia, viene irretito da “un’ansia isterica” di contraddizioni e di contrasti. Di conseguenza, confessa, aveva finito per darsi al libertinaggio. “Il mio libertinaggio – afferma – era solitario, notturno, nascosto, timoroso, laido, pieno di vergogna che non mi abbandonava mai nei momenti più degradanti. Anzi in quei momenti arrivava fino alla degradazione. Già allora portavo nell’anima il sottosuolo. Avevo una tremenda paura di essere veduto, riconosciuto in un modo o nell’altro”.
Nello stesso modo Alfonso Nitti, il protagonista di “Una vita” di Svevo, girovaga per Trieste. “Aveva dei desideri – si legge in un passaggio del romanzo – che egli sapeva reprimere soltanto con grandi sofferenze. A provocare questi desideri, dura irrisione al suo sogno, bastava una gonnella o anche il pensarci, ed erano forti abbastanza per toglierlo improvvisamente alla lettura. In tale stato non poteva dedicarsi che ad una sola occupazione, quella di seguire per lunghi tratti di via qualche gentile figura di donna, ammirandola timido e vergognoso. Per certo tempo, ogni sera, correvo dietro a qualche donna, ma soltanto a quelle ben vestite”.
Questi tentativi di approccio, stentati e goffi, avevano sempre lo stesso risultato. La sua timidezza vinceva i propositi fatti con grande risolutezza: bastava un gesto di ripulsa della donna, o anche meno, come lo sguardo indiscreto di qualche passante, per farlo desistere.
Sia in “Memorie del sottosuolo” che in “Una vita” la lettura svolge un ruolo di rilievo. Essa rappresenta la rivalsa con cui i protagonisti vorrebbero ribaltare la situazione. Frustrati dalla loro condizione sociale, marginale e dimessa, entrambi ripongono nella cultura la speranza d farsi valere. Il mondo dell’uomo del sottosuolo ruota intorno al libro, l’unica realtà capace di placare, anche se in modo effimero, l’angoscia esistenziale del protagonista. La lettura viene a configurarsi come l’unica, “fra le sensazioni esterne”, che gli fosse “accessibile”, tanto da influenzare la sua visione del mondo. “Lo sa il diavolo – esclama – che cosa avrei dato allora per una vera lite, più giusta, più decente, più, per così dire, letteraria!”. Dal canto suo, l’Alfonso sveviano, nello scrivere alla madre, dichiara con tono perentorio: “Sono tutti zerbinotti (i colleghi, i capi), che passano metà della giornata allo specchio. Gente sciocca! Se mi dessero in mano un classico latino, lo commenterei tutto, mentre essi non ne sanno il nome”.
