Si misura anche sul giudizio riguardo ad Alfieri la differenza che separava Leopardi dal padre, il conte Monaldo. Nelle lettere il poeta lo definisce “sommo italiano”, nonché “mio Alfieri”. Su Leopardi esercitava un potente fascino il linguaggio appassionato del poeta piemontese, quando questi si diceva animato da “sviscerato amor di patria”, come pure sul recanatese incideva uno stile più dimesso quando l’astigiano lamentava “orribili malinconie”. Certo è rimarchevole il magistero di Alfieri sulla poesia agonistica ed eroica di Leopardi, acutissimo nel seguire il sorgere, lo smorzarsi, il riaccendersi del sentimento il quale implica, nelle sue pieghe, un rigoglioso manifestarsi di meditazioni e intuizioni sulla propria vita interiore. E Leopardi fa suo, senza riserve e con spirito grato, l’appello alfieriano al predominio del “forte sentire” quando l’animo avverte l’urgenza di dichiarare al mondo il “tumulto” che in esso si agita.
Pur seguendo l’esempio, dal brio spumeggiante, del “sommo italiano”, Leopardi conserva sempre un equilibrio di stampo classico che gli fa biasimare l’infatuazione romantica della composizione di getto in funzione dell’elogio di una poesia colta ed elaborata (ovvero la sua), capace – se ben distillata – di esprimere la verità del sentimento nella sua casta e suadente semplicità. Di ben altro avviso è il conte Monaldo che nella “Voce della ragione” realizza dell’astigiano un livido ritratto, definendolo “né buon suddito né buon cristiano”. Quindi aggiunge: “Alfieri morì senza lo scomodo dei sacramenti, e insomma per essere una bestia gli mancavano solamente due gambe”. Animato, anzi, soggiogato da uno spirito reazionario, che lo portava a nutrire avversione per gli spiriti “sbrigliati e indipendenti”, il conte Monaldo vedeva in Alfieri l’incarnazione della trasgressione dell’ordine costituito, e noi, di rimando, vediamo in lui la perfetta espressione di una figura grossolana e ottusa, che si sentiva completamente a proprio agio – a differenza del figlio – in un “borgo selvaggio”.
