Esponente di spicco del neoclassicismo e del preromanticismo, André Chénier, autore delle “Bucoliche” e delle “Elegie” fu – a giudizio unanime del mondo delle lettere – “il poeta per eccellenza” del Settecento francese. Adorato dal critico Charles Augustin de Sainte-Beuve, indicato da Vladimir Nabokov come riferimento ineludibile per i neofiti della versificazione, fu definito da Albert Camus “il solo, vero poeta dei suoi tempi”. Tuttavia non si ritenne sazio degli onori che – nell’ambito culturale – gli venivano tributati dai contemporanei e degli omaggi che i posteri gli avrebbero reso. Decise di entrare nell’agone politico: una scelta che decretò e firmò la sua rovina.
Si dichiarò monarchico costituzionalista e divenne membro del Club dei Foglianti, un’associazione fondata nel 1791 mediante una scissione, in senso moderato, all’interno del Club dei Giacobini. Questi ultimi, nonostante le defezioni scaturite da tale scissione, conservarono la supremazia strategica e all’epoca del Terrore, durante la Rivoluzione francese, innescarono la vendetta. A soli 31 anni, Chénier venne ghigliottinato: quella lama tagliò di netto anche i tanti versi destinati ad essere vergati nel segno di un estro al contempo lucido e suadente.
A sedici anni – a conferma di un intelletto di prestigio – era già in grado di leggere correntemente, in originale, Omero e Saffo. Il suo brillantissimo iter scolastico fu impreziosito dal primo premio in lingua francese e da una “menzione onorevole” in latino. Ma già allora, come egli stesso annotò nel “Diario”, “i palpiti della passione politica facevano vibrare il suo cuore”.
“I malvagi non sono potenti se non per l’ignoranza di chi li ascolta” usava declamare: una verità che gli costò molto cara. Il rivoluzionario giacobino Robespierre, avvertendo che il velenoso strale era rivolto anche a lui, se la legò al dito e si mise in agguato, in attesa di inferire il colpo mortale.
Chénier fu portato sul patibolo insieme a Jean-Antoine Roucher, un altro poeta inviso a Robespierre. In attesa del gesto definito del boia, recitarono versi a vicenda, come ricorda lo scrittore e storico Alphonse de Lamartine. Sembra che il carnefice tardasse ad arrivare. Allora dalla tasca Chénier estrasse una tragedia di Sofocle e, con olimpica imperturbabilità, si dispose alla lettura. Il boia poi arrivò e gli legò le mani. Allora il poeta si rimise il libro in tasca, non senza aver prima collocato, giudiziosamente, il segnalibro alla pagina.
