Fino all’età di ventinove anni Honoré de Balzac accettò senza riserve la sua identità di nome e cognome. Cominciò, inquieto, a rimuginare riguardo a vocali e a consonanti sulla soglia dei trenta, quando realizzò – con pronunciato cruccio – che se non poteva esibire una pur superficiale patina di nobiltà, non avrebbe potuto accedere ai salotti aristocratici, viatico essenziale per ogni scrittore che, nella Parigi dell’Ottocento, ambisse a progredire nella carriera letteraria. Di conseguenza, pensò bene di annettere la particella “de” al cognome Balzac: quel “de”, quale espressione di predicato di nobiltà, avrebbe impresso una svolta – nelle intenzioni dell’ambizioso Honoré – alla sua vorace aspirazione alla fama.
Già suo padre aveva tentato un’impresa simile, accennando – ma solo nello stretto ambito del parentado – ad una nobile discendenza dalla nobile famiglia di Balzac d’Entragues. Le lettere indirizzate ai familiari più intimi il padre le firmava “de Balzac”: una procedura, questa, che era sempre rimasta entro i confini di un innocuo divertimento.
Con lo scalpitante figlio l’orizzonte si amplia, e subentrano – sottolinea lo scrittore Stefan Zweig nella sua biografia di Balzac – il dolo ed una scanzonata vena truffaldina. Zweig ricorda che il certificato di nascita di Honoré, conservato negli archivi della città di Tours, attesta con “agghiacciante chiarezza” che il futuro scrittore si chiama di cognome Balzac: dunque non si riscontra nessuna traccia, nemmeno sbiadita o macchiata, del “de”. A dispetto di questa inconfutabile prova, Honoré continuò imperterrito a vantare il presunto titolo nobiliare, denunciando – anzitutto durante le conversazioni salottiere – la colpevole e nociva approssimazione della burocrazia e delle sue pratiche protocollari.
Dopo averlo benevolmente bacchettato, Zweig rende onore a Balzac e al suo genio, osservando che l’illegittima introduzione del “de” non fa che rientrare in uno schema legato al potere di immaginazione dello scrittore: immaginazione che ha finito per produrre capolavori, al contempo deridendo e sublimando le banali ovvietà della realtà. “Sebbene nessun re di Francia abbia mai conferito a Balzac un credito nobiliare, quando si chiede ai posteri chi è il più grande scrittore francese – dichiara Zweig -, ebbene la posterità risponde subito, senza tentennamenti, ‘Honoré de Balzac’, aggiungendo essa stessa il ‘de’”.
E lo fa in buona fede, senza voler mentire, perché il mito ha vinto sulla storia, essendo la verità della pagina scritta “più forte e decisiva” della verità di un certificato di nascita: una verità, quest’ultima, che finisce – paradossalmente – per sembrare una menzogna.
