Più di mezzo secolo separa Baudelaire ed Eliot, eppure essi condividono valori e pensieri. “Sembrano coetanei” osserva, in un saggio, il critico letterario Wallace Fowlie. Entrambi hanno riconosciuto nell’immaginazione la più nobile facoltà dell’uomo. Ciascuno, nella propria epoca, ha dato un pronunciato rilievo alle “fondamenta” su cui basare e costruire il lavoro poetico: l’analisi, la lucidità e l’affermazione del proprio io. Sia Baudelaire che Eliot hanno promosso l’appassionato progetto di riscoprire gli autentici valori umani e, al contempo, si sono opposti a tutte le forme di “stagnazione” che puntualmente l’uomo crea, rileva Fowlie, per “aggravare la propria condizione di miseria”.
Nessuno dei due è mai appartenuto ad un determinato gruppo o movimento. Nonostante si mantenessero a debita distanza dal mondo accademico – spesso con atteggiamento non conciliante, talora con una postura venata di disprezzo – entrambi erano rispettati, anche temuti.
Eliot fece conoscenza per la prima volta delle opere di Baudelaire tra il 1907 e il 1908, e subito si disse” profondamente commosso” da quelle letture. In particolare Eliot era rimasto colpito dall’urgenza, richiamata dal poeta francese, di trovare “un nuovo linguaggio” capace di trasmettere con fedeltà e potenza i sentimenti dell’uomo moderno. Un’urgenza che investiva anche la missione del poeta, che deve forgiare un linguaggio personale con l’obiettivo di salvaguardare la propria identità.
Nel saggio “Donne in Our Time”, Eliot sviluppava la tesi secondo cui ogni poeta, all’inizio della carriera, è chiamato a individuare un altro poeta (o comunque un uomo di lettere) che rappresenti per lui un saldo riferimento e che lo aiuti a valorizzare, con lungimiranza, il proprio talento. Nel caso di Eliot, il riferimento è proprio Baudelaire. In un’intervista rilasciata nel 1944, egli arrivò ad affermare che se non avesse scoperto Baudelaire, molto probabilmente non sarebbe diventato uno scrittore.
Per Eliot, Baudelaire era più che un poeta: era il testimone illuminato del “disordine”, denunciato in ogni ambito della vita sociale. In tale denuncia, forte e corrosiva, vibrava una tensione morale ce lo scrittore statunitense (naturalizzato britannico) riteneva fosse “un valore aggiunto” al profilo umano e culturale di Baudelaire. Questa dimensione morale, affermava Eliot, fu così presente nel poeta da configurarsi come il propizio scenario in cui aprire e sviluppare il dibattito riguardo alla grande questione del bene e del male. Se, nell’indagare sé stesso, Baudelaire comprese l’importanza di certi valori religiosi – l’umiltà, il bisogno di pregare, la nozione stessa di peccato originale – nello stesso tempo si sentì portato a vedere nel cristianesimo, rilevava Eliot, non solo una religione nel senso tradizionale del termine, ma una vera e propria “necessità” per affrontate le sfide del mondo moderno.
Entrambi erano poi molto sensibili al culto del passato, nella consapevolezza che avvenimenti importanti, talora traumatici, accaduti nell’infanzia, erano destinati a lasciare il segno nell’età adulta, influenzandola e condizionandola. Questa prospettiva, squisitamente proustiana, si riscontra in più parti dei “Quattro quartetti” di Eliot, il quale attinge ad una frase-chiave di Baudelaire: “Il genio non è che un’infanzia formulata con perfetta chiarezza”. Da bambini, Baudelaire ed Eliot erano rimasti affascinati dal mare, le cui suggestioni furono poi riversate, anni dopo, nell’incanto dei loro versi. E al mare si lega il concetto di infinito, da entrambi assunto a simbolo del superamento degli obiettivi limiti della condizione umana e a fonte di ispirazione per formulare una tensione di respiro universale.
