Un severo ammonimento all’umanità distratta e superficiale, concentrata – nel segno di una miope mediocrità – solo sul presente, ignorando così previdenza e lungimiranza, è formulato da Georges Bernanos in “La rivoluzione della libertà” (1946). In questo saggio lo scrittore francese riflette, all’indomani della seconda guerra mondiale, sul destino della Francia e dell’Europa, mettendo in guardia contro il pericolo della “civiltà delle macchine” e contro la crescente crisi dello spirito.
“Forse – afferma – l’uomo non è molto interessato al mondo di domani, ma certo è che il mondo di domani è molto interessato all’uomo”. Qualsiasi cosa possa accadere – in genere la persona tende a pensare così – “io troverò un modo per entrare, cioè riuscirò a cavarmela”. La speranza, commenta Bernanos, è che questo modo non sia lo stesso adottato dall’agnello, che “entra” nelle fauci del lupo.
Un profeta è realmente un profeta solo dopo la morte: fino ad allora è consultato assai di rado. Bernanos dice di non essere un profeta. Tuttavia egli vede ciò che gli altri non vedono, o si ostinano a non voler vedere. “Il mondo attuale – rileva – ha bisogno di ascoltare voci, per quanto esigue, che abbiano un potere liberatorio. Una voce libera, anche se può risultare cupa e scontrosa, sortisce sempre un effetto tonificante. Queste voci non sono necessariamente rassicuranti, e non trovano appagamento nell’invitarci ad attendere il futuro come si aspetta l’arrivo di un treno. Il futuro, infatti, è qualcosa che si deve conquistare. Non ci si sottomette al futuro, lo si crea.
Bernanos volge quindi il pensiero al termine “civilizzazione”, ovvero una parola che di per sé suona “confortante”. In realtà, considerando “la nostra modernità”, non è così. Infatti, lamenta lo scrittore, l’attuale civilizzazione ha subito un’involuzione rispetto alla civilizzazione recepita e registrata nelle epoche passate, quando la tradizione svolgeva, all’interno di essa, un ruolo di bilanciamento tra vecchie istanze e nuove aspirazioni. “Quella di oggi – dichiara -, deviando dal solco collaudato, è segnata da tante ingiustizie. Non che negli anni trascorsi esse non ci fossero, ma si limitavano ad essere opera, certo malvagia, dell’uomo. Adesso non si può parlare più di ‘artigianato umano’ del male perché a perpetrare le ingiustizie sono le macchine, le quali obbediscono alle regole imposte da una tecnologia incontrollata”. Bernanos infine sottolinea che anche la tecnologia, se usata con oculatezza e saggezza, ha una sua moralità. Ma se la tecnologia viene posta al servizio delle ingiustizie, se ne costituisce la radice, allora saranno severe, e anche letali, le conseguenze per il singolo individuo e per l’intera collettività.
