E’ lucida, addirittura spietata, l’analisi della solitudine di un vecchio condotta da Albert Camus nella raccolta di saggi “Il rovescio e il diritto” (1935-1936). Seduto intorno a un tavolo insieme a tre giovani, il protagonista – per vincere la divorante ansia di essere solo e di sentirsi solo – si lancia nel racconto della sua vita passata. Le sue sono povere avventure, “inezie fatte cadere dall’alto, stanchezze celebrate come vittorie”.
Non lasciava pause nel racconto e, per la fretta di dir tutto prima che gli interlocutori lo lasciassero, “sceglieva del proprio passato quel che pensava adatto a colpire gli spettatori”. Farsi ascoltare era il suo solo “vizio”: rifiutava, infatti, di vedere l’ironia degli sguardi e “la sgarberia canzonatrice” che gli facevano pesare addosso. Per i tre giovani lui era il vecchio “di cui si sa che tutto andava bene ai suoi tempi, mentre egli credeva di essere l’avo rispettato la cui esperienza ha un peso”.
Camus afferma che i giovani non sanno che “l’esperienza è una sconfitta” e che “bisogna perdere tutto per sapere un poco”. Il vecchio aveva sofferto, ma non ne volle fare cenno alcuno. E’ meglio sembrare felici e, dunque, “parlava e parlava, deliziato di perdersi nel grigiore della sua voce sorda”. Ma non poteva durare così. Il suo piacere di narratore imponeva una fine visto che l’attenzione degli ascoltatori, già esile, andava progressivamente declinando. Il vecchio sapeva che ai giovani piacciono le carte e il biliardo, che “non assomigliano allo stupido lavoro di ogni giorno”. E mentre era alla ricerca di “innocue menzogne” per rendere più attraente il racconto, il vecchio si avvide che i giovani, “senza riguardi”, se ne erano andati.
“Non essere più ascoltati, è questa la terribile realtà quando si è vecchi” dichiara Camus. Si alzò dunque anche lui, deluso, tuttavia “sorridendo tutt’intorno”, ma incontrò solo visi “indifferenti o eccitati da una gaiezza a cui non aveva diritto di partecipare”. S’incamminò verso casa, “con la lenta caparbietà del suo passo”. Era solo e vecchio: “alla fine di una vita la vecchiaia torna su come una nausea”. Egli aveva un grande bisogno di essere ascoltato perché credesse alla propria vita. Nel frattempo era calata la sera. Comunque dietro le colline che attorniavano la città c’erano ancora bagliori di luce. Una fumata, imponente, non si sa da dove provenisse, apparve al di là delle creste boscose. Il vecchio chiuse gli occhi. “Davanti alla vita – chiosa Camus – che portava via con sé i rumori sordi della città e al sorriso stupido e indifferente del cielo, era solo, sconcertato, nudo, già morto”.
