C’è chi addirittura sostiene che “il discorso di Lecco” non sia mai stato pronunciato da Carducci. Certo è che allora esso – pur sospeso tra realtà e immaginazione – fu sentito dai contemporanei come una ritrattazione di oltre trent’anni di critiche, anche roventi, a Manzoni. Il poeta toscano avrebbe definito una “leggenda” la fama legata alla sua avversione nei riguardi del Gran Lombardo. Alcune affermazioni contenute in vari suoi testi indicano, tuttavia, l’esatto contrario.
Nello scritto “A proposito di alcuni giudizi su Alessandro Manzoni” (1873) si sviluppa una rievocazione dell’approccio di Carducci fanciullo alle opere manzoniane. Tale rievocazione rivela quanto fosse stato problematico l’incontro fra i due, a cominciare dai tempi delle letture fatte sotto l’influsso del padre “manzoniano” di Giosuè, unico maestro del figlio fino all’età di quattordici anni. Se infatti Carducci fanciullo lesse e rilesse i “Promessi Sposi” senza avvertire in sé “un ineffabile rapimento”, questa equilibrata valutazione sfocia in un rigetto quando dal romanzo si passa alla “Morale cattolica”, libro impostogli, manco a dirlo, dall’autoritario genitore.
Scrive, al riguardo, un risentito Carducci: “Che idea fosse quella del manzoniano mio padre di dare a leggere la ‘Morale cattolica’ a un ragazzo, io non so. So però che d’allora in poi per un gran pezzo morale cattolica e frati, doveri dell’uomo e santini furono per me la stessa cosa; e odiai, odiai quei libri, di un odio catilinario”. La figura di Manzoni quale “dittatore” incontrastato della repubblica delle lettere risaltò poi nella scuola degli Scolopi, a Firenze, frequentata da Carducci, il quale si rammaricava del fatto che alla venerazione per lo scrittore non corrispondesse un’uguale attenzione per Foscolo e per Leopardi, che proprio allora cominciava a conoscere. Di questi due autori, si lamentava, “non si parla ma o quasi mai, o con la bocca stretta e non senza certi epiteti”. E non risparmiava il sarcasmo per “quelle tonache agitantisi per entusiasmo manzoniano”.
Come rileva il critico Marco Sterpos, la più forte ragione di incompatibilità con Manzoni sta nella fede classicista del giovanissimo poeta. Per Carducci era impossibile conciliare il suo amore per i classici e la concezione della vita paganeggiante che andava maturando con l’adesione ad un mondo di austera religiosità come quello manzoniano, dalla quale è bandita quella mitologia che egli considerava fonte prima di poesia. Una staffilata viene inferta a Manzoni nel discorso “Su lo stato attuale della letteratura italiana”, quando Carducci scrive: “Oh! Manzoni è un uomo grandissimo, ma non tutto quel che si crede, è troppa grossa bestemmia proferì allorché esortava a lasciare i classici”. Manzoni veniva accusato, in altra sede, di nutrirsi delle teorie elaborate da “filosofi nebbioni” e da “storici da ciabatta”. Ricordando quindi gli anni dell’insegnamento a San Miniato, Carducci, gettata alle ortiche ogni prudenza diplomatica, dichiarava: “Io insegnavo rettorica, cioè facevo tradurre e spiegare a due ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero, e buttavo fuor di finestra gli ‘Inni sacri’ del Manzoni”.
E non è tenero, per non dire aggressivo e caustico, il linguaggio usato in una missiva inviata all’abate Luigi Chiarini: “Quando sarò per morire, mi farò leggere Omero, e non fia vero che intorno a me siano preti. Infamoni, laidoni, han rinnegato la poesia divina dei Greci e adorano il Manzoni, il Manzoni, il Manzoni, con gli Inni sacri, gli Inni sacri, gli Inni sacri. Al diavolo tutti”.
