Manzoni scrisse, “senza proporselo” (l’acuto rilievo è del critico Luigi Russo), il manifesto letterario del realismo con il suo “Discorso sul romanzo storico” (1845). Egli, infatti, sulla base delle vecchie categorie della retorica, depreca ogni contaminazione di storia e fantasia. Con la sensibilità del nuovo e del necessario, propria di un grande artista, lo scrittore formula non tanto la condanna dei “Promessi sposi” (atto che non avrebbe senso), ma l’esigenza di un’arte narrativa più realisticamente fusa e più disinteressata fantasticamente: un’esigenza che è espressione delle aspirazioni dei tempi nuovi, una volta esaurite le forme storiche di racconto che tra il 1840 e il 1850 imperversavano in Italia.
Il realismo, che parve reagire dispettosamente al romanticismo, non fu altro che uno svolgimento e un rinvigorimento delle più sane tendenze romantiche. Con il realismo l’arte tenta di affiatarsi con la vita, e si muove guerra al romanticismo ma solo in quanto arcadia simulata. “Il convenzionalismo letterario – afferma Russo – aveva tra noi radici troppo profonde perché il vizio retorico non fosse anche il vizio costituzionale dei nostri sedicenti romantici. Di conseguenza, costoro non poterono non apparire falsi e manierati quando, per la più diffusa conoscenza delle letterature straniere, cominciò a fermentare una rivoluzione nella nostra vita psicologica e poetica”.
Così la critica severa alla tenace arcadia si scambiò per una lotta contro il romanticismo. E di tale illusorio antiromanticismo si gloriò Carducci, che svolse la sua opera con spirito remoto dalla letteratura dei realisti, nei riguardi dei quali si dichiarò naturale avversario. Proprio Carducci fu un antiromantico, ma solo in quanto il romanticismo anche a lui apparve una perpetuazione del vecchio realismo vuoto e bolso: la sua polemica contro il romanticismo fu in favore di un più sano spirito romantico, e si sviluppò con toni concitati perché egli – per la sua stessa costituzione classicheggiante – non seppe combattere la letteratura se con armi esse stesse letterarie.
Il nemico era in lui. Il vecchio letterato era, nello stesso tempo, da lui maltrattato e accarezzato, e la sua controversia ebbe il dissidio di una contesa in cui il protagonista e l’antagonista erano confusi in una sola persona. L’avversione di Carducci per la poesia e, al contempo, le sue abbondanti esercitazioni poetiche della giovinezza, il bisogno fortemente sentito di una poesia che si indentificasse con l’azione e che si riscattasse da ogni futilità e vanità di mestiere, dimostrano che egli, a suo modo, recalcitrando, sentiva lo spirito riformatore più profondo del romanticismo, e attestano che collaborava, benché avversario, ad attuare alcune delle più genuine esigenze di quel movimento.
La sorte di Carducci era uguale a quella dei realisti che, partiti da antiromantici, si ritrovarono romantici autentici. Così egli, “odiatore” dei romantici, avrebbe potenziato quel pathos poetico della storia che era pur stato il fine perseguito dagli avversari. Carducci si configurava, dunque, come un poeta moderno quando – liberandosi dalle scorie della vecchia letteratura – riusciva a modellarsi quale aedo del passato, di quel passato vanamente risuscitato dai predecessori da lui fieramente contestati.
