Impietosa fu la stroncatura di Federico De Roberto operata da Benedetto Croce, che giudicava il suo ingegno così “prosaico” da non essere in grado di “illuminare l’intelletto e di far battere il cuore”. Tale stroncatura, in realtà, aveva sbagliato mira, considerando che De Roberto non aveva un carattere “freddo, se non addirittura glaciale”. Tutt’altro. Il problema, semmai, era che nel suo caso si passava da un estremo all’altro, come testimoniano, tra l’altro, i suoi diari e le sue missive: specchio di un temperamento a dir poco tumultuante, minato da fisime e agitato da ossessioni. Questa deriva lo condannò ad una solitudine corrosiva e amara, che, inesorabilmente, finì per minarne la salute. Nel 1896 lo scrittore pubblicò “Spasimo”, un romanzo che mirava a coniugare i brividi di una “spy story” e i brividi di una passione amorosa (assai spinta per quell’epoca): basterebbe quest’opera a smentire l’attacco frontale d Croce. Il fatto è che il romanzo, come altri, non riscosse il plauso che l’autore si attendeva. Gli insuccessi commerciali seguiti alla pubblicazione delle sue opere non potevano non contribuire ad esacerbare la malinconia cronica che affliggeva De Roberto. In una lettera scrisse che “la sua vita era degna di essere strozzata con tutte e due le mani”. Nel 1984, due anni prima di “Spasimo”, lo scrittore aveva dato alle stampe “I Vicerè”: all’inizio critica e pubblico avevano riservato all’opera una tiepida, se non scettica, accoglienza. Solo successivamente essa fu salutata come “un’opera somma”. Lusinghiera valutazione, questa, che non bastò a lenire quelle che lo stesso De Roberto usava definire “le ferite, mai cicatrizzate, dell’anima”. Con una tesi su De Roberto si era laureato lo scrittore Vitaliano Brancati: lo ricordava sempre “perpetuamente solo” (anche a causa di amori non corrisposti), e che andava a passeggio tutto chiuso nella sua “pesante armatura d’onestà”.
