E’ opinione corrente, suffragata tra l’altro da fatti concreti, che la cultura francese – basti pensare alla riluttanza degli enciclopedisti a riconoscere il genio di Galileo Galilei – non ha mai visto con favore la cultura italiana. In controtendenza va Gabriele D’Annunzio, il quale mise in opera la sua arte di affabulatore per farsi apprezzare dall’intellighenzia d’oltralpe. Nei primi anni del Novecento Parigi rappresentava la più spregiudicata frontiera dell’anti-puritanesimo e d’Annunzio, con impeccabile tempistica, si proponeva come “l’arcangelo della nuova religione”. Il successo del vate presso il pubblico parigino fu tale da assumere anche una tinta paradossale: i critici letterari trovarono addirittura scuse per gli evidenti “fiaschi” teatrali di alcune sue opere, come “Il Martirio di san Sebastiano” e “Pisanella”. Il critico del “Matin”, all’indomani della prima rappresentazione della “Pisanella” ebbe a scrivere: “Questo specialista, il direttore artistico, ha avuto la brutta idea di spingere gli attori nel fondo del palcoscenico, che è immenso, e di laggiù pervenivano agli spettatori soltanto suoni inarticolati e grida indistinte”. D’Annunzio veniva così esentato da ogni responsabilità. La sera del 14 dicembre 1913, al teatro della Porte Saint-Martin, fu messo in scena “Il ferro”. Anche quest’opera non fece gridare al capolavoro. Tuttavia, con fine diplomazia, il critico del “Figaro”, affermava: “Il nuovo lavoro di Gabriele D’Annunzio è stato accolto con il più rispettoso entusiasmo. E’ un’opera senza dubbio un po’ incerta e confusa dal punto di vista drammatico, e al tempo stesso assai semplice nell’azione e molto complicata nell’espressione. Si riconosce comunque che questi tre atti sono stati scritti da un grande poeta”. D’Annunzio scriveva le opere in francese e i francesi, pur ben gelosi della loro lingua, non ebbero nulla da ridire. Anzi. Lo scrittore Anatole France dichiarò: “Doveva venire un poeta dall’Italia per insegnarci a scrivere in francese”. Non è difficile farsi un’idea di come l’Immaginifico, rapace nel ghermire lodi ed elogi, si sia crogiolato in tale plauso, peraltro tributatogli da un premio Nobel per la letteratura.
