Il suicidio fu l’ultima virtù degli antichi, sentenzia Francesco de Sanctis. Nel pieno disfacimento di ogni principio morale e di ogni credenza – afferma il critico – gli antichi formarono sotto il nome di stoicismo una filosofia della morte: non sapendo più vivere eroicamente, vollero saper morire da eroi. “Tipo dell’antico suicida è Catone, il suo poeta è Lucano, il suo storico è Tacito” rileva de Sanctis, il quale sottolinea che “strazia il cuore” la solenne malinconia di Tacito. Questi, infatti, non potendo narrare grandi fatti, si impegnò a descrivere “le grandi morti” di uomini celebri. La narrazione di questo storico è intessuta di triste compiacenza, come se il suicidio, o meglio, l’arte di morire fosse assurta ad ultimo vestigio del potere e dei fasti di Roma. Negli Annali, “ad ogni voltar di pagina”, si incontra un nuovo suicidio, “unica libertà che Tiberio lasciava ai Romani, la libertà di morire”.
Presso gli antichi, ricorda il critico, un uomo era ritenuto libero se sapeva morire. La libertà non era un’astrazione, “ma qualche cosa di concreto e di attuale”. E quando l’antico si scontrava con ostacoli insormontabili, a causa dei quali la sua dignità di uomo avesse dovuto soffrire della taccia di codardia, per serbarsi libero si toglieva la vita. Non che la vita gli fosse “spregevole e grave”. Anzi, essa era sempre considerata il più caro dono del cielo. Tuttavia, più cara ancora gli era la libertà. De Sanctis quindi cita i celebri versi pronunciati da Virgilio nel rivolgersi a Catone Uticense (custode dell’accesso al monte del Purgatorio) per presentargli Dante: “Libertà va cercando ch’è si cara come sa chi per lei vita rifiuta”. E il critico commenta che Catone non poteva vivere se non da uomo libero, e “quando la libertà morì, morì Catone”.
Nello spiritualismo cristiano, dichiara de Sanctis, il concetto è diverso. La libertà è nell’anima, non al di fuori ma dentro la persona. “Annibale – evidenzia – si uccise per non venire a mano dei Romani, mentre il cristiano anche dietro al carro trionfale del vincitore porta alta la fronte perché la sua libertà egli la porta con sé, e non in mano della fortuna e degli uomini”. Da questo credo deriva quella “serena rassegnazione” che rappresenta il tratto solenne e distintivo dell’eroe cristiano.
Aveva ragione Napoleone, afferma il critico, che all’estremo gesto di Catone, da lui biasimato, oppose la forza etica della sua scelta, quella di vivere “in una lunga agonia a Sant’Elena”. Chiosa allora de Sanctis: “quando l’uomo sottostà alla fortuna, quando, fattaglisi grave la vita, egli la gitta via da sé come un peso togliendosi così cosa non sua, questo voi me lo chiamate virtù ed è colpa, voi me lo chiamate magnanimità, ed è fiacchezza d’animo”.
