L’ironia di Manzoni – sua cifra morale e stilistica per eccellenza – ingaggia un lavorio sottile e penetrante sulla figura di don Ferrante, in cui si specchia la sagoma del mediocre erudito seicentesco. Il marito di donna Prassede si vanta, esibendola con patetico orgoglio, di una cultura “vastissima”. In realtà essa si svilisce in una smunta banalità e si degrada nell’incapacità di cogliere il vero valore di personalità del mondo della cultura che meriterebbero ben altro onore: Aristotele viene definito, con stucchevole condiscendenza, “quel filosofo” che “non è né antico né moderno”, mentre quello “scaltro” Machiavelli è biasimato in quanto “mariolo”.
Don Ferrante viene a configurarsi come l’eroe della dottrina inutile e dell’inerte logica formale. Egli non ragiona, e fa affidamento solo sulla memoria, divenendo così espressione di un’intelligenza arida e apatica. Manzoni, tuttavia, oltre ad essere ironico è anche, come di consueto, clemente. Di conseguenza pure per don Ferrante si apre uno spiraglio di luce: lo scrittore, infatti, pur mettendolo alla berlina, gli riconosce “una rispettabile onestà” perché nell’erudito vibra una fede, tenace e appassionata, nel sapere (o in quello che egli, con la sua mente ristretta, considera tale).
L’universo dell’erudito è tutto compreso nella sua biblioteca. In essa si identifica. “Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta” rileva Manzoni con sarcasmo poco velato. E aggiunge, in linea con lo stesso registro narrativo: “Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n’andava di continuo imparando di più, dalla lettura di Diogene Laerzio”.
Don Ferrante gonfiava le gote quando poneva all’interlocutore di turno l’interrogativo che sembrava tormentarlo nell’intimo: “ma cos’è mai la storia senza la politica?” Una domanda del genere, “ se lo sentiva nelle ossa”, non poteva, di fronte a qualsivoglia uditorio, non dargli “un pronunciato lustro”. A questo interrogativo, così rispondeva: “La storia senza la politica è una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi, come pure la politica, senza la storia, è uno che cammina senza guida”. Alla luce di queste somme valutazioni, non potevano mancare, sugli scaffali della biblioteca, le opere di “illustri statisti”, quali “il Bodino, il Paruta, il Sansovino”. In questo passo l’ironia manzoniana si fa graffiante, per poi diventare tagliente nella chiusa del passo dedicato all’erudito: “ma se in tutte le scienze don Ferrante poteva dirsi addottrinato, una ce n’era in cui meritava e godeva il titolo di professore, la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero possesso, ma pregato frequentemente d’intervenire in affari d’onore, dava sempre qualche decisione”.
In qualità di “peripatetico consumato” don Ferrante non si cura dell’infuriare della peste, della quale, inevitabilmente, rimarrà vittima. E anche sull’atto del suo spirare, cala, sebbene discreta, l’ironia di Manzoni. Infatti, prima che don Ferrante esali l’ultimo respiro, lo scrittore gli fa maledire le stelle della volta celeste, “proprio come un eroe del Metastasio”.
