Poco tempo dopo aver ricevuto, nel 2007, il premio Nobel per la letteratura, Doris Lessing, in un’intervista alla Bbc, dichiarò che tale avvenimento aveva rappresentato per lei “un vero e proprio disastro” perché la vorace attenzione dei mezzi di comunicazione che si era concentrata su di lei aveva finito per toglierle tempo e spazio per concentrarsi sulla scrittura, dovendo invece rilasciare interviste e posare per i fotografi. Nell’occasione la Lessing lanciò un monito ai giovani aspiranti scrittori riguardo al sapiente uso delle energie, le quali “non durano per sempre” e immancabilmente, con il passare del tempo “scivolano via come l’acqua lungo il tubo di scarico”.
E’ questo un monito che la scrittrice aveva pieno titolo di formulare, considerando come ella, animata dalla passione per la letteratura (e non per le interviste e per i servizi fotografici) abbia prodigato i suoi sforzi sia da giovane che in età matura per realizzare opere destinate a segnare in modo rimarchevole la narrativa del Novecento.
Nel necrologio a lei dedicato, il “New York Times” sottolineava anzitutto “il grande coraggio” dimostrato nel trattare questioni che per i benpensanti potevano risultare “scomode” se non addirittura “disdicevoli”. Il riferimento è al suo libro più noto, “Il taccuino d’oro” (1962), in cui le protagoniste sono “donne libere”, intente con ferrea determinazione a sottrarsi al “giogo maschile” per vivere in piena libertà senza l’ingombro di stereotipi, pregiudizi e condizionamenti. Tale opera, all’epoca, fu assunta come una sorta di manifesto programmatico dal movimento femminista. Tuttavia la Lessing ribadì più volte che non si riconosceva in questo movimento o, più in generale, in un’organizzazione ufficiale o precostituita. La scrittrice privilegiava invece le implicazioni sociali legate alla legittima rivendicazione della libertà individuale, con la consapevolezza che per valorizzare tale libertà occorre sempre un forte equilibrio e un acuto senso di responsabilità per evitare che essa trascenda e svapori nell’anarchia.
Nella narrativa della Lessing – ordita con un linguaggio piano e raffinato, ma a tratti anche nervoso e convulso – è stato predominante il tema del rapporto interpersonale. L’intreccio di sentimenti, pulsioni e impressioni (anche le più fugaci) viene a configurarsi come un banco di prova tramite il quale testare la tenuta psicologica dei personaggi, nonché il loro spessore morale. Esemplare di questa prospettiva è il romanzo “Il quinto figlio” (1988) che descrive l’infelicità di una coppia inizialmente felice che, con l’arrivo, appunto, del quinto figlio, ribelle e capriccioso, comincia a sgretolarsi, nel segno di una strenua battaglia combattuta nella serrata intimità del focolare domestico.
La sua carriera letteraria era stata inaugurata dal romanzo “L’erba canta” (1950), ambientato in Rhodesia negli anni Quaranta. Si apre con la notizia della morte di Mary Turner, una donna bianca, ritrovata assassinata nella veranda di casa. Il presunto omicida, Moses, l’uomo tuttofare della fattoria, si lascia ammanettare senza opporre resistenza. L’opera ripercorre la travagliata infanzia della protagonista (il padre era alcolizzato e la madre isterica ed astiosa). Mary lascerà la campagna per trasferirsi in città, ma il suo conflittuale rapporto con il mondo – che la vorrebbe ligia alle regole classiche, quindi moglie e madre – non cambia. Si sposa senza convinzione, e tale unione, con un piccolo agricoltore, la riporta in campagna. Dunque Mary si ritrova a vivere quel passato dal quale aveva cercato disperatamente di fuggire. Centrale nel romanzo è il tema della discriminazione razziale. Quasi in ogni pagina, anche solo con rapidi cenni, spuntano le “spine” che piagano il rapporto tra bianchi e neri, in un contesto di disparità giuridica e di ingiustizia sociale. Emerge con potenza evidenza il ruolo dell’uomo bianco “sfruttatore”. Al contempo viene celebrata la bellezza della natura, che si manifesta in particolare nella lussureggiante vegetazione, nel “sole rosso” africano, nel melodioso canto degli uccelli.
Eppure Mary, la “cittadina” Mary, è insensibile a tale bellezza, la trova “soffocante” e quindi da essa non trae conforto per lenire le sue sofferenze. Di conseguenza preferisce rintanarsi nel suo squallido tugurio. “La boscaglia – scrive la Lessing – stava conquistando la fattoria. Lei non era ancora morta, ma sarebbe stata uccisa dalla boscaglia che aveva sempre odiato”. Il frinire delle cicale, che Mary giudica “rivoltanti”, fa da sfondo al presentimento che aleggia nel romanzo, per cui era “fatale” che “i Turner finissero male”.
