Mentre era impegnato, con una vulcanica profusione di energie, nella stesura di “Madame Bovary” (il capolavoro richiese cinque anni di lavoro), Flaubert, sebbene prostrato da tale cimento, sentiva albergare in sé un gratificante senso di libertà, una sorta di “infatuazione del cuore”, così la definì egli stesso. In una lettera dichiarò che scrivere è “una cosa deliziosa”. Attraverso questo atto sublime non si è più sé stessi, ci si spoglia dell’involucro, soffocante e condizionante, del proprio io per librarsi in un universo che è frutto esclusivo della propria capacità creativa. “Mentre compongo – scriveva – mi vedo in una foresta protetto, dall’alto, da foglie gialle in un limpido pomeriggio invernale”. In questa dimensione si compie una magica fusione tra lo scrittore e la natura, cosicché Flaubert si sente, nello stesso tempo, un cavallo, il vento, come pure si immedesima in quelle foglie gialle che vegliano e vigilano sul suo capo.
Flaubert si chiede che carattere abbia questo sentire. Si tratta solo di fantasie bislacche, di umori stravaganti o, invece, si assiste al dipanarsi di emozioni e pulsioni alle quali è sotteso un afflato mistico, un accento religioso?
Tale interrogativo si scioglie nella coscienza dello scrittore stesso, costantemente ossessionato dal dover creare il capolavoro, il quale non può non destare una vorticosa ridda di tensioni e aspirazioni lungo il processo che porta alla sua genesi. Del resto Flaubert era categorico nel tracciare le coordinate di un vero capolavoro, che è tale solo se in grado coniugare, in felice sintesi, gli opposti. “I lavori più belli – affermava in un’altra missiva – hanno un aspetto sereno e, al contempo, insondabile. I mezzi per realizzare questi lavori hanno una natura cangiante, camaleontica: sono immobili come una rupe, tempestosi come un oceano, frondosi come una foresta, aridi come un deserto, e sono blu come il cielo”. Ma come deve essere lo scrittore che crea un capolavoro? “Spietato” sentenziava Flaubert, che citava come modelli Rabelais, Michelangelo, Shakespeare e Goethe, i quali non hanno avuto scrupoli nel fissare – attraverso le fessure e le crepe dell’animo umano – l’abisso (per poi descriverlo) in cui si specchia la condizione umana, con le sue miserie e, sebbene meno numerosi, con i suoi trionfi. Se non si è spietati, sottolineava Flaubert, si rimane in superficie, e sotto di essa giaceranno, sempre inerti, “i germi del possibile capolavoro”, il quale ha bisogno di una volontà prometeica che lo ispiri e lo pervada, così da “irrompere sulla scena del mondo”.
