Gli immediati successi conseguiti valsero a Ugo Foscolo l’invidia e l’ostracismo dei contemporanei. E anche gli intellettuali che avrebbe voluto salutare con favore le sue opere, finirono con l’ingrossare le fila dei detrattori perché incapaci di comprendere l’autentico valore delle sue opere. In questi casi, al plauso si univano le riserve. Il pur acuto Melchiorre Cesarotti, scrittore e linguista, rimproverava a Foscolo “un’irruenza iconoclasta” che avrebbe dovuto essere temperata. “Del tuo Ortis – scriveva al Foscolo il 7 maggio 1803 – non ho voglia di parlarne. Esso mi desta compassione, ammirazione, ma anche ribrezzo. Questa è un’opera scritta da un genio in un accesso di febbre maligna, di una sublimità micidiale e di una eccellenza venefica”. Ce ne è anche per i “Sonetti” che, secondo Cesarotti, esibivano un’eccessiva frattura sintattica, rea di incrinare le serene regole dell’armonia. Lo scrittore Pietro Giordani – che avrebbe intuito il genio di Leopardi tanto da offrirsi come suo protettore – non sfoderò eguale intuizione nell’afferrare il genio di Foscolo i cui “Sepolcri” furono da lui definiti “fumoso enigma”. In una missiva a Vincenzo Monti, Giordani si diceva “meravigliato” che alcuni uomini di lettere giudicavano Foscolo “un grande poeta”. E da una pagina del suo diario, in un tempo successivo, Giordani scaglierà gli strali più velenosi: “Non ho mai stimato Foscolo – scrive -. Egli è pessimo di cuore, mediocre assai d’ingegno, men che mediocre di dottrina, cattivo assai di gusto, gran ciarlatano. Non ho mai capito come tanti ne abbiano fatto un idolo”. In soccorso di Foscolo sarebbe intervenuto, tra i primi e con appassionato fervore, Giuseppe Mazzini, che vide nello scrittore il poeta precursore della nuova Italia con la sua fede nella libertà del pensiero e nella nobiltà dell’animo umano. “Solo forse fra i moti del periodo tempestoso in che visse – scriveva l’apostolo del Risorgimento – serbò incorrotto, immutato davanti al potere, davanti alla prospera e avversa fortuna e all’esilio e alla fame, l’indipendenza dell’anima e del pensiero, e riconsacrò a sacerdozio in Italia l’arte scaduta, purtroppo, a mestiere”.
