Non ci sono eroi nel “Giulio Cesare” (1599) di William Shakespeare, ma uomini. Ad essere investito da questo processo di demitizzazione è anzitutto il protagonista. Pur dando il titolo alla tragedia, Cesare muore all’inizio del terzo atto: in tale senso, si produce un clamoroso stacco dalla collaudata tradizione in auge nell’età classicista, in virtù della quale l’”eroe” era destinato a morire nell’ultimo atto di un’opera, se non addirittura nell’ultima scena. Shakespeare dissemina vari episodi diretti a sottolineare la dimensione umana di Cesare. Cassio racconta che stava per annegare nel Tevere e che con urla scomposte chiedeva aiuto per non annegare. Poi lo “stanco” Cesare viene raffigurato mentre, in preda alla febbre e alla paura, chiede da bere “come una ragazzetta ammalata”. Mentre Plutarco, al quale Shakespeare si ispira, aveva collocato la figura di Giulio Cesare su un piedistallo, dotandolo di un’aureola intrisa di mito e di eroismo, il drammaturgo inglese da quel piedistallo lo fa scendere. Nel momento stesso in cui il protagonista, con fiero orgoglio, afferma la propria grandezza, Shakespeare si affretta a rivelare – con perfetto e funzionale tempismo – che è sordo a un orecchio.
Tale demitizzazione, nella concezione shakespeariana, non mira a biasimare Cesare, per quanto, a prima vista, possa risultare umiliante il ritratto che ne emerge, così distante per giunta dall’immagine tramandata dalla storia ufficiale. La sua riduzione all’umano intende sortire ben altro effetto. Rendendolo molto più vicino alla realtà quotidiana, attraverso la denuncia delle sue debolezze e incertezze, Cesare – pugnalato da coloro che erano invidiosi del suo genio e della sua ascesa – finisce con il toccare il cuore del lettore, che diventa sofferto partecipe della sua tragica sorte.
Anche gli altri personaggi sono uomini, e non eroi. Bruto viene descritto, nelle diverse scene, mentre inanella errori su errori, di valutazione e di tattica. Cassio, “il pallido Cassio, che legge molto e non ride mai”, sarà preda di allucinazioni. E gli incubi tormenteranno il sonno degli altri congiurati i quali, sebbene svolgano un ruolo nevralgico nell’economia dell’opera, rimangono pur sempre confinati in uno spento anonimato. Come sottolinea l’anglista Agostino Lombardo, se nel “Giulio Cesare” non ci sono eroi, è perché, secondo una prospettiva più ampia, non ci sono più certezze, né valori assoluti. Questa impostazione rivela il principio shakespeariano basato sulla relatività del reale: tutto passa, tutto cambia, nell’ottica di una demoralizzante e implacabile fluidità destinata a minare l’interpretazione stessa della realtà. E così l’eroe non fa in tempo a diventare tale che, per il turbinare degli avvenimenti e per i capricci della sorta, ritorna da dove è venuto, ovvero dalla sua dimensione squisitamente umana.
Uno dei tratti salienti del dramma è costituito dalla solitudine di Bruto. In lui – artatamente definito “uomo d’onore da Antonio nel suo monologo sul corpo di Cesare diretto a muovere gli umori della folla contro i congiurati – si incarna la crisi dell’età elisabettiana, incalzata dall’urgenza di stabilire nuove norme, sociali e morali, per tenere il passo nei confronti di un mondo in continua e vertiginosa evoluzione. Bruto si configura come l’”intellettuale” del dramma. A suo modo è pre-amletico (l’”Amleto” sarà scritto l’anno successivo, nel 1600): è infatti spesso perso nei pensieri, e da essi irretito. Pensieri con i quali egli intende gettare le basi teoriche per una nuova condizione umana e storica dell’uomo. Ma Bruto (che non ha l’acutezza e l’intelligenza cinica di Cassio) alla resa dei conti si rivela innocuo nel rovello della sua logica. Ma dietro l’angolo c’è il paradosso: sarà pure innocuo, ma quando si farà manipolare da Cassio, sarà lui ad armare la mano degli altri congiurati. Con Bruto si apre la grande stagione dell’arte di Shakespeare. Il suo dibattito interiore, inteso e sofferto, e talora feroce, su chi è l’uomo, e sulla vera natura del suo ruolo nella storia, anticipa infatti la galleria di personaggi (da Macbeth a Re Lear) che, con il loro pensiero – al contempo travagliato e illuminante – forgeranno una narrativa destinata ad incidere sul pensiero universale.
