E’ un romanzo in equilibrio “Canne al vento” di Grazia Deledda, pubblicato il 20 agosto di centodieci anni fa (da principio uscì a puntate su “L’Illustrazione Italiana” dal 12 gennaio al 27 aprile del 1913). Da una parte, si colloca una Sardegna che s’impone per la sua immobilità, radicata in usanze ataviche che il corrosivo scorrere del tempo non sembra poter scalfire; dall’altra, si scorgono il serpeggiare e il fremito – sebbene allo stato embrionale – di un progresso sociale che mira a soffiare via “le polverose ragnatele” del passato per sperimentare nuovi orizzonti, senza tradire il timore, pur legittimo, dell’ignoto. All’interno di questa dicotomia torreggia l’individuo, con il suo aggrovigliato nucleo interiore, composto di debolezze e contraddizioni, ma anche innervato di alti valori e vibranti passioni.
Il titolo dell’opera richiama, con dichiarata evidenza, un pensiero di Pascal. “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante – scriveva il filosofo francese -. Una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire. L’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero”. In quest’ottica il capolavoro di Grazia Deledda si configura come un devoto omaggio al pensiero e alla sua dimensione edificante, senza però marginalizzare i pesanti effetti collaterali. Infatti il pensiero sottende la consapevolezza di sé, e quindi acuisce il dolore che si prova, il rimpianto che logora l’animo, il sentimento dell’incomprensione e della solitudine. Grazia Deledda si pone così sullo stesso solco scavato da Schopenhauer e da Leopardi, entrambi fautori del principio per cui saper pensare equivale a dover soffrire.
La fragilità umana e il dolore dell’esistenza dominano dunque il romanzo, che si sviluppa nella casa delle dame Pintor, discendenti da una nobile famiglia sarda ormai in rovina. Ruth ed Ester si sono confinate entro il claustrofobico spazio intessuto di lontane memorie e vetuste tradizioni; fa loro da contraltare Noemi, ancora giovane, ribelle, che crede alla vita. La stanca staticità e l’estenuato velleitarismo che irretiscono la casa vengono scossi dall’irrompere dello scapestrato Giacinto, figlio di un’altra sorella, Lia, fuggita di casa anni prima per sottrarsi alla soffocante tutela paterna. La presenza del nipote scatenerà una ridda di sentimenti e risentimenti, ed evocherà lo scomodo fantasma di amori sopiti e sogni infranti. In questo mobile scenario – mobile come l’ondeggiare delle canne agitate dal vento delle leggi ineffabili della vita – spicca la figura del servo Efix, custode, suo malgrado, di un terribile segreto. E’ lui il vero protagonista della vicenda, perché è in lui che si manifesta nel più alto grado il valore del pensiero. E’ Efix, infatti, che prima di tutti e meglio di tutti percepisce i prodromi del declino di una mondo che non tornerà mai più. Una consapevolezza, la sua, tanto più dolorosa perché egli stesso simboleggia la dimensione di uno stile di vita radicato nella fedeltà ai fondamentali valori umani, al lavoro inteso come elevazione dell’animo, alla propria terra concepita e amata come vincolo identitario e come suggello di appartenenza. Proprio Efix, che incarna la tradizione, comprende con inclemente lucidità che quella stessa tradizione si sta sfrangiando: i lembi che ne rimangono non permettono di stabilire con il passato un legame solido e rassicurante, e tanto meno costituiscono una garanzia per affrontare, con sufficiente serenità, le insidie del presente. Attraverso la figura di Efix, la scrittrice sviluppa e approfondisce il tema della colpa (per favorire la fuga di Lia, egli aveva accidentalmente ucciso il padrone). Nel sondare la tormentata psicologia del servo, Deledda compie un viaggio dell’anima che si traduce in un rigoroso e illuminante esame di coscienza, sul piano individuale e collettivo. E sempre tramite Efix, l’autrice si scosta dall’apparato narrativo naturalistico (proprio del Verga) per addentrarsi nei meandri di un flusso emotivo in cui vengono a coniugarsi realtà e mito, nel segno di una morale che intende affermare un bilanciamento tra le urgenze del mondo moderno e le nostalgie per un remoto passato contadino.
La scrittrice (premio Nobel nel 1926) stabilisce un rapporto simbiotico fra il travagliato animo dei personaggi e il paesaggio duro ed aspro della Sardegna. Su tale rapporto di carattere panico vegliano sempre le canne, le quali possiedono un valore emblematico di avvertimento. “Star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una contro l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo”, osserva Deledda, che aggiunge: “Le canne sussurrano la preghiera della terra che s’addormenta”. In un variegato mondo in cui si mescolano reminiscenze bibliche, elementi di fiaba popolare, frammenti di mitologia e retaggi di superstizioso folclore, le canne assurgono al duplice status di giudice e sentinella del singolo individuo. Ne scrutano infatti i gesti, ne accompagnano le movenze, ne ispirano addirittura gli atti, sempre nella chiara consapevolezza della dimensione labile e transeunte dell’esistenza.
Solo con ritardo casa Pintor – fluttuante come una canna in balia del destino – comprenderà in pieno la grandezza di Efix. Alla sua morte si cercherà di porre rimedio – almeno a livello formale – a tale colpevole miopia, riservandogli le cure lesinategli quando era in vita. A quel cadavere “leggero come quello di un bambino”, Ester parlava sottovoce, “fra una preghiera e l’altra”. Ed Efix pareva ascoltasse, “con gli occhi vitrei socchiusi, tranquillo ma deciso a non rispondere da buon servo rispettoso”. Ricordandosi che gli piacevano i fiori, Ester “spiccò” un geranio dal pozzo e glielo mise fra le dita sul crocifisso. Poi lo ricoprì con un tappeto, sebbene troppo corto, tanto che i piedi rimasero scoperti. “Pareva che il servo dormisse un’ultima volta nella nobile casa, riposandosi – chiosa Grazia Deledda – prima d’intraprendere il viaggio verso l’eternità”.
