Se uno scrittore mette d’accordo tutti, vuol dire che non è un buono scrittore, sentenziava Oscar Wilde. Secondo questo criterio di giudizio, Grazia Deledda ha superato, con alata disinvoltura, l’esame per accedere all’empireo dei grandi della letteratura. Due illustri critici, Renato Serra e Pietro Pancrazi, si trovarono infatti in disaccordo riguardo all’autrice di Nuoro. Serra, nel segno di una valutazione ingenerosa e miope, le rimproverava una certa “mediocrità” (pur riconoscendone, bontà sua, il cristallino talento) che si rifletteva nell’incapacità di esprimersi “direttamente e precisamente” e nella scelta di affidare la sua narrativa all’uso, e talora all’abuso, del colore locale. Un metodo, questo, secondo il critico di Cesena, che limitava la Deledda entro lo spazio angusto della Sardegna, confinandola ad una dimensione regionale cui non arrideva il robusto respiro della modernità. “Le sue novelle – è arrivato a scrivere Serra – sono la traccia di un tentativo artistico infelice e insieme una concessione alla volgarità”.
Di contro, Pancrazi affermava che la Deledda aveva subito un’ingiustizia non solo perché i critici (anche quelli ritenuti più avveduti) non avevano saputo riconoscere il suo valore, ma anche perché non era stata adeguatamente valorizzata l’originalità del carattere “meditativo e solitario” della scrittrice, refrattaria alle effimere tendenze commerciali e di costume. “E dove noi – dichiarava Pancrazi – vedevamo soltanto ripetizioni o variazioni di temi già noti, la Deledda, con una disciplina soprattutto di intensità, conquistava un vigore nuovo, psicologico e drammatico alla sua arte”. Risarcimento, questo, non tardivo se qualche mese dopo l’eminente critico Luigi Russo avvertiva l’urgenza di evidenziare che “la semplicità della Deledda è frutto di una lunga e paziente disciplina”, e che la sua produzione ha sempre “un’ispirazione lirica” la quale – ammesso pure che sia monocorde – non è mai né fiacca né impura”. Russo riconosceva alla Deledda l’alto merito di essere passata da “narratrice allo stato brado” a “narratrice di arte e di riflessione”. Con buona pace di Renato Serra, il cui indubbio acume critico è risultato spuntato e scheggiato nel recensire, e fustigare, l’opera di chi avrebbe poi vinto il premio Nobel.
