Il riso, un riso amaro e dolente, che si configura come l’apice di un travagliato processo intellettuale, accomuna Leopardi e Pirandello. Da principio il recanatese, di fronte alle brutture del mondo, dove “tutto è fango”, si era rifugiato nell’autocompianto e in un programmatico “odium hominis”. Successivamente aveva maturato, non senza “i triboli della mente”, la poetica della compassione e della solidarietà universale. Scrive nel “Timandro e Eleandro”: “Non tanto io cerco mordere ne’ miei scritti la nostra specie, quanto dolermi del fato. Se mi dolessi piangendo darei noia non piccola agli altri, e a me stesso, senza alcun frutto. Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all’infelicità umana”. Come rileva il critico Arcangelo Leone de Castris, queste parole di Leopardi “coincidono straordinariamente con la triste riflessione di Pirandello. “E allora io – scrive in Tragedia d’un personaggio – che in fondo sono di buon cuore, li compatisco. Ma è mai possibile il compatimento di certe sventure, se non a patto che se ne rida? Orbene, i personaggi delle mie novelle vanno sbandendo per il mondo che io sono uno scrittore crudelissimo e spietato. Ci vorrebbe – auspica con un ghigno lo scrittore – un critico di buona volontà, che facesse vedere quanto compatimento sia sotto a quel riso”.
