Critico imparziale, severo e illuminante, Francesco de Sanctis aveva tuttavia una debole (più che comprensibile): il debole era per Giacomo Leopardi. Sul comodino, accanto al suo letto di morte, De Sanctis, come egli stesso racconta, aveva un crocifisso, la Bibbia e i “Canti” del poeta recanatese che fino all’ultimo giorno lesse con abbandono e passione. De Sanctis ebbe la “fortuna” di conoscere Leopardi. Quel momento rimase indelebile nella sua mente, e ancor di più, nel suo cuore. L’incontro avvenne nel palazzo Bagnara, a Napoli. Intellettuali e politici erano radunati per una serata di gala e grande era “l’aspettazione” per quell’uomo del quale a quel tempo si elogiava non tanto la “visione”, in pochi l’avevano intuita e in pochissimi l’avevano capita, ma l’erudizione, “semplicemente maestosa e incredibile”. Leopardi entrò nel vasto salone e, scrive de Sanctis, “quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità”. Infatti “non solo pareva uno come gli altri, ma al di sotto degli altri”. In quel volto emaciato “tutta la vita si era concentrata nella dolcezza del sorriso”. Un sorriso che faceva dimenticare, anzi nobilitava, la sua figura fisica, “un disadorno ammanto”. Dal canto suo, il poeta August von Platen, ricordava che quando vide Leopardi per la prima volta, dopo averlo conosciuto soltanto dalle sue poesie, provò “quasi una certa ripugnanza”. Ma “con una frequentazione più stretta, scompare tutto ciò che potrebbe conferire al suo aspetto esterno un carattere spiacevole”. E ancora una volta è richiamato, in termini elogiativi, il suo sorriso, come pure è celebrata “la grazia del suo essere interiore”, che ha “la capacità di conquistarti”.
