Per giudicare meglio un quadro occorre porsi a una certa distanza: se si sta troppo vicino, si rischia di non cogliere i dettagli, e un’eccessiva lontananza potrebbe pregiudicare un corretto sguardo d’insieme. Per valutare le dinamiche e le magagne del mondo, Eugène Ionesco, insigne drammaturgo e saggista romeno, decise di collocarsi a metà strada, né troppo vicino, né troppo lontano, nel segno di un equilibrio capace di garantire una valutazione illuminante e incisiva.
A compendio di questa scelta, Ionesco, nel “Diario in frantumi”, scrive: “La commedia umana non mi assorbe abbastanza. Non appartengono interamente a questo mondo”. Ma è proprio questa sorta di abdicazione a consentirgli di penetrare nelle viscere di un universo “senza stelle fisse”, come avrebbe detto Shakespeare, che ha smarrito buon senso e logica, e che annaspa alla ricerca di una luce che squarci le tenebre dello smarrimento e dell’oblio.
Mentre Balzac si diceva orgoglioso di appartenere al mondo per meglio rappresentare le diverse gradazioni che costellano la commedia umana, Ionesco era fiero di spezzare i legami con l’ambiente circostante: tuttavia, pur voltandogli le spalle, il drammaturgo fissava negli occhi tale ambiente per denunciarne, senza riserve, brutture e contraddizioni.
Fu il teatro ad assicurargli notorietà e poi fama. Eppure con il teatro l’incontro fu casuale. Quello che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica, ovvero “il teatro dell’assurdo”, ebbe una genesi singolare, Come racconta lo stesso Ionesco in “Note e Contro-Note”, un giorno comprò un manuale di conversazione, per principianti, dal francese all’inglese. Si mise al lavoro e copiò, per impararle a memoria, le frasi in esso contenute. Rileggendole con attenzione, imparò non l’inglese, ma delle “verità sorprendenti”, vale a dire l’ovvio: che una settimana, per esempio, ha sette giorni. Ma quando l’ovvio viene stravolto, assumendo connotazioni surreali e tingendosi di onirico, anche la cosa più scontata e risaputa acquista un potere magico. In virtù di questo potere, anche l’elemento più banale può servire per capire il mondo, dove sta andando e dove non sta andando.
Sulla base di questo assunto vengono forgiati i principali capolavori d Ionesco, tra i quali figurano le opere teatrali “La cantatrice calva” (1950) e “Il rinoceronte” (1959). La prima è dominata da un vistoso straniamento di luoghi comuni e dalla ripetizione ossessiva e soffocante di frasi fatte; la seconda, in cui si avverte distinta l’eco di “La metamorfosi” di Kafka, racconta un’immaginaria epidemia di “rinocerontite”, il cui epicentro è collocato in un piccolo paese di provincia della Francia. Gli uomini assumono, lungo un processo lento ma inarrestabile, le sembianze del rinoceronte: una inquietante e destabilizzante trasformazione che, nell’ottica di Ionesco, sta a significare la resa incondizionata dell’uomo comune, ma in primo luogo dell’intellettuale, alle forze totalitarie che mortificano la dignità e neutralizzano ogni forma di riscatto. In questo scenario spicca la figura del protagonista, Bérenger, che cerca strenuamente di opporsi a tale deriva e a tale abiezione.
Attraverso il teatro Ionesco s’interroga sul senso della vita e della morte. Per lui il teatro si configura come “catabasi”, come discesa nell’inferno dell’”io”, incalzato prima, ossessionato poi, da un’esistenza che si sviluppa in una duplice dimensione: evanescenza e pesantezza, luce e tenebra, realtà e sogno, desiderio di rimanere attaccati alla realtà fattuale, brama di perdersi in un afflato onirico che finisce per irridere i prosaici contorni del reale.
Non sono eroi, nel significato classico del termine, i personaggi che Ionesco mette in scena: sono uomini vuoti, sprovvisti di psicologia, che attraversano la quotidianità per inerzia scorrendo lungo i binari della convenzionalità e dei luoghi comuni. Eppure, brilla in loro una forma di eroismo, che certo non ha un respiro epico ma che fa leva su una forza immarcescibile che permette di sopravvivere alle “sozzure” che infestano la società. La dimensione anticonvenzionale coltivata da Ionesco si collega alle esperienze artistiche del Dada e del Surrealismo. Il fertile terreno comune è dato dallo spiccato gusto per la provocazione beffarda e polemica.
Il valore autentico del teatro di Ionesco si misura comunque sul fatto che l’assurdo non svapora mai in un gioco semantico o in un intellettualismo intriso di snobismo, ma si carica di una forza dirompente, tanto da configurarsi come uno strumento di denuncia che smaschera false certezze e sradica nocivi conformismi.
