Prima i personaggi, poi l’intreccio, e a seguire l’ambiente. Sulla base di questo principio strutturale, nel segno di una precisa gerarchia di priorità, è costruita la narrativa dello scrittore statunitense, naturalizzato britannico, Henry James. Una narrativa intessuta di celebri romanzi, da “Roderick Hudson” (1875) a “The American” (1877), da “The Portrait of a Lady” a “The Ambassadors” (!903). Opere che, in ligia conformità ad un assunto custodito con gelosa vigilanza, privilegiano l’analisi dei diversi caratteri che si avvicendano sulla scena: è un’analisi ispirata ad un penetrante realismo psicologico capace di sondare le zone più recondite dell’animo perché osa gestire, e con successo, il flusso di coscienza come strumento di introspezione e di rivelazione.
Tuttavia, sebbene l’impianto del romanzo fosse pianificato con sicura lucidità e applicato con consumata maestria, James fu sempre alle prese – nella sua alacre officina letteraria – con un dilemma di fondo. Come avrebbe potuto raggiungere un perfetto equilibrio tra realtà e finzione? Da un lato, egli era ben consapevole che la realtà, se la si voleva rappresentare con devota fedeltà, avrebbe potuto inceppare i meccanismi del romanzo con “i granelli di sabbia” rappresentati dalle sue banali e trite trivialità; dall’altro, era sua salda convinzione che un ricorso troppo pronunciato alla finzione e alle sue seduzioni – funzionali all’economia, anche a livello estetico, dell’opera – avrebbe rappresentato una sorta di “tradimento” del principio di rappresentazione incarnato dal realismo psicologico (attuato, con risultato eccellenti, anche da Virginia Woolf).
A rendere poi più spinoso il dilemma contribuiva un altro elemento, ovvero il suo accorato scrupolo per il rispetto della forma. In una lettera al suo agente letterario, datata 1904 (ovvero quando alcuni dei suoi romanzi più importanti erano stati già pubblicati e apprezzati da critica e pubblico) James confessava un suo “vizio”, consistente nel “sovraccaricare” il soggetto di “sviluppi” e di “amplificazioni”, con il rischio di inficiare la misura e l’eleganza del dettato linguistico. “E’ colpa della realtà, del suo urgere contro la diga della mia tecnica compositiva ispirata a sobrietà e severità”, dichiarava lo scrittore nella missiva. E aggiungeva che il labor limae, alla luce di questa temperie, risultava spesso essere un impegno ancor più gravoso rispetto a quello profuso per la realizzazione dell’opera stessa.
Nella prefazione a “The Portrait of a Lady”, James affermava di aver assimilato, con animo grato, la lezione dello scrittore russo Turgenev che raccomandava di “cominciare sempre con i personaggi” per poi passare, solo in un secondo momento, alla trattazione delle “cose che fanno”. Turgenev (successivamente sulla stessa lunghezza d’onda si collocherà Pirandello) raccontava che ogni volta che si sedeva al tavolo di lavoro aveva la visione di personaggi che dapprima lo sollecitavano, poi lo ossessionavano, con la richiesta di trovare forma e sostanza nella pagina. Bramavano di vedere il proprio il io, con il coacervo di emozioni e pensieri che lo gremivano, riflesso in un’opera letteraria, sperando in una catarsi dell’animo. Stesso processo creativo si riscontra in James, il quale, tuttavia, nonostante le attestazioni di principio, elaborerà sempre una prosa articolata e fiorita, a differenza di quella di Turgenev, più asciutta, e di quella di Pirandello, sì nervosa, ma sempre votata all’essenziale.
Un altro dilemma insidiava la coscienza letteraria di James: come calibrare lo sgusciante e insidioso rapporto fra vita e arte. Forse anche per amor di retorica e per la ricerca di un effetto teatrale, lo scrittore amava ripetere che non è la vita che produce, con le sue diverse manifestazioni, l’arte, ma è l’arte, con le sue magiche alchimie, a generare la vita. Nel saggio intitolato “The Art of Fiction” (1884) James dichiarava che il romanzo rappresenta “una personale e diretta impressione della vita” ed essa deve alla missione dello scrittore la sua intima ragion d’essere. Ogni fatto, anche il più marginale, che scandisce la quotidianità, acquisterà senso e valore solo dopo essere stato “vagliato, filtrato e rielaborato” dalla penna dell’uomo di lettere, il quale – nell’ottica jamesiana – si configura come unico, possibile mediatore tra la realtà empirica e l’universo fantastico, nonché come vate di un mondo in cui a dominare, incontrastato, è sempre il personaggio.
Più di un critico ha contestato a James questa concezione, definendola “fuori asse” e “troppo parziale”. Tuttavia, è difficile dare torto allo scrittore se si pensa all’indimenticabile figura della protagonista Isabel Archer in “The Portrait of a Lady”. Prima viene lei, e poi le cose – soprattutto quelle sbagliate – che farà.
