La sera Antoine Roquentin si siede, con rigorosa puntualità e metodica costanza, al tavolo di un bistrot ad ascoltare un disco. E’ sempre lo stesso, “Some of These Days”. La sua vita, dopo che si è separato da Anny, è come quel disco: sempre la stessa. Ovvero divorata, nel segno di un’inclemente inesorabilità, dal tedio e dal grigiore. La quotidianità è avvolta da una sensazione al contempo dolce e orribile, nonché insinuante. Questa sensazione ha un nome, Nausea, che è il titolo del romanzo di Jean-Paul Sartre (1938): opera trasgressiva, che nella sua corrosiva analisi punta il dito contro le comode e paludose certezze borghesi, e che restituisce, con incisiva lucidità, il disagio di un mondo in agonia alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Quanto dichiara il protagonista Roquentin vale un manifesto ideologico: “Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare. Ecco la Nausea”. In un’intervista del 1971 lo scrittore francese, riferendosi al romanzo, affermò: “Io resto fedele a una cosa, è “La nausea”. E’ quanto ho fatto di meglio”. Un’asserzione che affonda le radici nella consapevolezza da parte dell’autore di aver rivelato, in quest’opera, una verità solenne e profonda sulla condizione umana. “La nausea” è il libro che anticipa e prepara la filosofia di Sartre, ovvero quell’”esistenzialismo” che attinge la sua ragion d’essere nella denuncia della progressiva decomposizione della borghesia, delle sue dinamiche e dei suoi riferimenti. La borghesia, secondo lo scrittore, è irretita dal richiamo legato ai “massimi sistemi” dell’universo. Di conseguenza è destinata a perdere di vita il “particolare”, ovvero quella “contingenza scabrosa” che invece mina l’equilibrio interiore di Roquentin e che lo porta a vedere con occhio cinico e rassegnato ogni sfaccettatura, anche la più marginale, della realtà esterna. In quest’ottica il microcosmo prevale sul macrocosmo, provocando un ribaltamento brusco e reciso della scala dei valori. Non vi sono scappatoie per Roquentin: per lui la Nausea non è un male passeggero, ma una radicata condizione di vita, spietata nella sua immutabilità.
Il protagonista è assalito dalla solitudine. Vorrebbe stabilire un legame costruttivo e possibilmente amichevole con altre persone, ma è un tentativo destinato al fallimento. Esse “ignorano di esistere” e questa fatto crea un divario incolmabile fra loro e Roquentin che, invece, sa di esistere. Tale consapevolezza lo conduce, novello Amleto, all’inerzia e all’inazione. Questi individui “si scambiano gran scappellate” nel nome di una cordialità innocentemente cameratesca: per Roquentin ci vuol bene ben altro per convincerlo ad avviare e consolidare un rapporto che gli consenta di credere in una vita che non sia “una semplice esistenza”. Nel protagonista si riflette la figura di Sartre che ebbe a dire: “Ero anarchico senza saperlo quado scrivevo ‘La Nausea’. Non mi rendevo conto che quanto scrivevo poteva essere commentato in senso anarchico, vedevo solo il rapporto con l’idea metafisica di ‘nausea’, con l’idea metafisica dell’esistenza. E’ stato più tardi che ho scoperto, attraverso la filosofia, l’essere anarchico che era in me”. Per lo scrittore il romanzo si configura come la conclusione letteraria della teoria dell’”uomo solo”, il quale non si identifica nella paura del nulla, ma nella paura dell’esistenza. In tale prospettiva viene ridotta in cenere la nozione di collettività, che richiede per sussistere un legame solidale fondato anzitutto sulla serena accettazione della realtà circostante. Nel segno della complementarità, è quindi celebrato il concetto dell’individuo quale eroe passivo e negativo, fagocitato dalle fauci della Nausea. E’ vero che questo individuo è proiettato in una dimensione nichilistica, ma rimane pur sempre, nell’ottica spiazzante di Sartre, un eroe.
