C’era una sola passione capace di strappare Balzac dai suoi studi condotti con volontà ferrea e a ritmo vertiginoso: la passione per la passeggiata. Ma in fondo, si chiedeva egli stesso, non faceva parte anch’essa di quegli studi? La risposta è sì. Non solo: il ruolo svolto dalla passeggiata in funzione della sua missione di scrittore è eminentemente strategico. Una volta uscito dalla sua modesta e malmessa mansarda di rue Lesdiguières (attraverso le sbriciolate tegole del tetto si potevano scorgere le cime grigie dei palazzi di Parigi) Balzac cominciava ad osservare i costumi dei sobborghi, i suoi abitanti e i rispettivi caratteri. Non meglio vestito degli operai, indifferente al decoro esteriore, non li metteva in sospetto. “In questo modo – scrive – potevo mischiarmi ai loro crocchi, vederli mentre facevano i loro affari o discutevano all’uscita dal lavoro”. Nel giovane Balzac l’osservazione, a furia di esercizio, si era già fatta intuitiva, penetrava l’anima senza trascurare il corpo. O meglio, coglieva i tratti esterni così bene da assorbirli subito. La sua superlativa capacità di osservazione gli conferiva la facoltà di “vivere la vita” dell’individuo su cui si esercitava, permettendogli d sostituirsi a lui come il derviscio delle “Mille e una notte” che assumeva il corpo e l’anima delle persone sulle quali pronunciava formule magiche. Nei sobborghi di Parigi Balzac riconosceva “il semenzaio di rivoluzioni” che racchiude in sé eroi, inventori, uomini pratici e sapienti, bricconi, scellerati, tutti angustiati dalla miseria, soffocati dalle necessità, annegati nel vino. Le passeggiate gli permettevano dunque di contemplare, immedesimandovisi, questo variegato e meandrico scenario, e da queste passeggiate nacque, passo dopo passo, “La commedia umana”.
