Creare una letteratura moderna ed europea debellando i nocivi effetti del futurismo, accusato di uno sterile vociare, e del dannunzianesimo, tacciato di vuota retorica e di languido estetismo: fu questo l’obiettivo perseguito dalla rivista letteraria “900”, fondata nel 1926 da Massimo Bontempelli (il principale ispiratore) e da Curzio Malaparte. L’iniziativa editoriale si concluse nel 1929. Per raggiungere un pubblico internazionale, i primi numeri uscirono in francese, poi in italiano. La rivista – che annoverò firme prestigiose, da James Joyce ad Alberto Moravia, da Ramon Gomez de la Serna a Corrado Alvaro – si schierò a sostegno del movimento novecentista (promosso dalla critica d’arte Margherita Sarfatti), il quale si proponeva di recuperare e di rilanciare i valori classici, in contrapposizione alle radicali sperimentazioni delle avanguardie, attraverso un linguaggio improntato all’equilibrio formale e alla chiarezza espositiva.
Alvaro, nella sede di Roma, fu il segretario di redazione. A distanza di qualche anno dalla chiusura della rivista, dichiarò che essa rappresentò un tentativo “consapevole e coraggioso” – in una congiuntura storica segnata dalla soppressione della libertà di stampa – di comunicare con il mondo esterno, e in particolare con la letteratura di tutte le nazioni. Si trattò di “un’istintiva fuga” dal rigido isolamento in cui erano state costrette l’Italia e la sua cultura.
Allora, rilevò lo scrittore calabrese, si nutriva l’illusione che la cultura potesse operare al di fuori della politica. Tuttavia la vita di “900” fu troppo breve per poter incidere in modo efficace e incisivo nel tessuto sociale e nella mente dei lettori.
Tuttavia Alvaro non mancò di cogliere un pregio: quello di aver creato “la bellissima sensazione” di poter operare in “un’isola di cultura”. Di quell’esperimento valse poi il nome, che stava a significare “orizzonte aperto”. E non fu poco, rimarcò lo scrittore. “Quello che ne rimase dopo la polemica da cui fu facilmente travolto – evidenziò – fu qualche irriconoscibile fascicolo affidato ai più giovani seguaci di Bontempelli e ad un avanguardismo politico troppo zelante”. Alvaro lamentò poi che era stato un errore pubblicare i primi numeri in francese: la rivista si precludeva in tal modo ogni azione nell’ambito della lingua nazionale e di un linguaggio “in cui una letteratura sempre si risolve”. Lo scrittore così chiosò: “Ma anche questa, con l’illusione o il pretesto di rendere più facili i rapporti con il mondo, era, in fin dei conti, un’evasione”.
