Sulla “singolare” amicizia tra André Gide e Paul Valéry si è espresso, con acute osservazioni, Mario Luzi. “Nella sua inesauribile curiosità di uomini e di cose – scrive il poeta e critico letterario – Gide fu indotto ad allacciare numerose amicizie, a confessarsi, a espandersi, a interrogare sé e il proprio tempo in vari carteggi, che non sono di secondaria importanza a lumeggiare il problematico autore e gli aspetti controversi della sua epoca”. Il loro fu un legame che non ha nulla di episodico, e occupa “un posto a sé” nella storia delle amicizie letterarie.
Dei due, Valéry sembra quello che cede meno al colloquio per attenersi a un superiore monologo, sebbene esso sia sempre intessuto di un tono di cordialità e di agile umorismo. La loro corrispondenza, intrattenuta durante la fulgida stagione del simbolismo, attesta, da un lato, il febbrile lavoro di Gide; dall’altro, documenta l’inattività, almeno apparente, di Valéry. Che cosa sia stato “il travaglio” di scepsi e di analisi che portò Valéry a rifiutare la condizione di poeta per acquistarne “la consapevole virtualità” non risulta forse più chiaro dalle lettere a Gide, “interessato per conto suo più all’uomo che ai suoi speciali problemi” rileva Luzi.
Eppure non è da escludere che tale amicizia si alimentasse della “consapevolezza” che l’uno e l’altro avevano di procedere verso un dominio assoluto della coscienza, per quanto i modi fossero così distanti. Gide prendeva ad oggetto della sua letteratura “l’esperienza vitale”, mentre Valéry, a pretesto della sua antiletteratura, la riflessione sulle funzioni dello spirito e sul potere dell’intelletto. Anche quando, dopo venticinque anni di silenzio, vennero alla luce i suoi capolavori poetici, dalla “Jeune Parque” al “Cimétière marin”, Valéry ostenterà di ritenerli semplici esercizi mediante i quali l’intelletto prendeva coscienza delle funzioni dello spirito. Nondimeno, osserva Luzi, egli tendeva ad un assoluto tragico, e la raggiungeva per quanto “sofisticamente volesse negarlo”.
Questa interna contraddizione spiega perché, nonostante il suo scetticismo letterario, egli ponga così severe esigenze con il risultato che tutta la letteratura del suo tempo gli appare a quel confronto “accidentale”: compresa quella di Gide a cui comunque “riconosce una qualità eminente le poche volte che tra gli ostinati silenzi si decide a fare qualche evasivo giudizio”. Dal canto suo, Gide affina le proprie facoltà critiche di fronte all’amico ed accetta questo genere di superiore conversazione in cui il lavoro eseguito ha così poca importanza o è sottoposto ad un’analisi di ordine così alto e preciso. “Di fronte all’intelligenza esatta e metodica di Valéry, la vitalità di Gide si rassegna ad apparire approssimativa e malferma” evidenzia Luzi, rimarcando che Gide assiste “mirabilmente” l’amico, ne rispetta il silenzio operoso e “un po’ misterioso”, rotto da lettere, le quali aprono spiragli di “una vita e di una maestria interiori tali da mettere in ombra qualunque palese attività contemporanea”.
Può darsi, ipotizza il critico, che il pubblico si senta “deluso” leggendo alcune lettere tra Valéry e Gide. Avrebbe torto, perché in esse “la vita minuta si mescola, con affabile disinvoltura, con preoccupazioni di fondo”. Tali missive hanno il pregio d mettere a confronto “due nature tra le più rilevate e ricche dei nostri tempi nel loro stesso esplicarsi”. E non si dovrà tacere, ammonisce Luzi, della forbita eleganza delle lettere di Valéry: un’eleganza che si colloca in felice contrasto con lo stile sbrigativo, ma non meno incisivo, di Gide, tutto occupato “a vivere, a scrivere e a viaggiare”.
