Al rapporto tra James Joyce e Italo Svevo ben si attaglia il verso catulliano “Odi et amo”. Un sottile astio insidiava la frequentazione dei due scrittori. Svevo, conformista, invidiava e ammirava il tratto bohémien del collega irlandese, che lo portava spesso a dileggiare le convenzioni sociali. Il bislacco Joyce, a sua volta, desiderava mutuare il rigore di metodo e la disciplina intellettuale del triestino. Al contempo la stima per i rispettivi talenti e per le opere che entrambi venivano componendo costituì la base di un’amicizia senza la quale la letteratura europea non sarebbe stata la stessa. E’ questo scenario che viene analizzato con acribia da Stanley Price ne libro “James Joyce and Italo Svevo. The Story of a Friendship”, che segue la relazione tra i due sin dal primo incontro, avvenuto nella primavera del 1907 in uno stabile situato a via San Nicolò, nel centro di Trieste, dove Joyce, venticinquenne, dava lezioni di inglese a Svevo, ossessionato dall’obiettivo (lui che era poliglotta) di migliorare in quella lingua.
Con una prosa brillante, Price dà alcune pennellate che risultano funzionali nello stabilire un preciso contesto entro il quale indagare l’amicizia di una vita. Joyce era cattolico non praticante, Svevo un ebreo non praticante. L’irlandese, spesso a corto di denaro, era un gran bevitore; il triestino, benestante, un gran fumatore. A tali differenze fanno da contraltare alcuni tratti comuni, tra i quali figura uno spiccato senso dell’umorismo e, soprattutto, un uguale destino per entrambi.
L’”Ulisse”, che consacrò Joyce, fu pubblicato nel 1922, solo dopo logoranti traversie; “La coscienza di Zeno” uscì nel 1926, due anni prima della morte di Svevo. Ma il successo letterario, sottolinea Price, arrise ai due scrittori perché entrambi avevano perseverato nella loro missione di uomini di lettere, rivelandosi più forti di quelle incomprensioni e sottovalutazioni da parte di una critica miope, che rischiavano di relegare le loro opere nelle nebbie dell’oblio.
Sul piano letterario la coppia Joyce-Svevo rappresenta il fondamento di una concezione del mondo che vede l’uomo corroso dal dubbio e dall’ansia di cercare risposte al ventaglio dei perché disseminati lungo l’itinerario esistenziale. Tanto che Giacomo Debenedetti collocava entrambi nella lista dei principali artefici del cosiddetto “romanzo interrogativo” che – percorso dalla frenesia di ghermire significati e simboli – mette a nudo le debolezze della natura umana, sempre riscattata, comunque dalla volontà di vincere il grigiore e la mediocrità. Sia Joyce che Svevo, e con loro Proust – evidenzia Price – ebbero il merito di dare una poderosa spallata alle false certezze sulle quali l’uomo comune aveva basato fino ad allora la propria quotidianità, intrisa di ipocrisie e banalità. Attraverso le loro pagine, che mettono al vaglio i diversi moti dell’animo, s’innesca quel processo di sgretolamento dell’uomo borghese e di frantumazione della sua piatta concezione del mondo che con Pirandello, in quegli stessi anni, conoscerà un rinnovato suggello, quando cioè la “corda pazza” sostituirà la ragione, o meglio, la falsa ragione, per assurgere ad unico strumento di verità.
