Nello “Zibaldone”, il 12 ottobre 1821, Leopardi scrive: “Non solo l’eleganza, ma la nobiltà, la grandezza, tutte le qualità del linguaggio poetico, anzi il linguaggio poetico stesso consiste in un modo di parlare indefinito, o non bene definito, o sempre meno definito. La vera nobiltà dello stile prosaico consiste esso pure costantemente in non so che d’indefinito. Tale suol essere la prosa degli antichi, greci e latini”. Una valutazione, questa, assai significativa, perché simboleggia il passaggio dallo “Zibaldone” alle “Operette Morali”.
Lo “Zibaldone” prende corpo, dopo una lunga gestazione, nel 1824, anno in cui lo scrittore comincia la stesura delle “Operette”. Leopardi avrebbe voluto continuare l’utilizzo della congerie di appunti messi insieme in quegli anni, ma la gestione del materiale si sarebbe dovuta svolgere d’ora in poi secondo i parametri di un nuovo stile, cioè in una forma meno immediata e “definita”. Ed è in questa fase storica che il recanatese sente l’urgenza di contrastare, con l’arma dell’ironia, gli errori della società contemporanea. In una lettera a Pietro Giordani, il 4 settembre 1820, dichiara: “Consoliamoci dell’indegnità della fortuna. In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche”.
In questa asserzione, concitata e lapidaria, che da lì a due anni troverà la formulazione suprema nel “Bruto minore” e nella “Comparazione” – rileva il critico Ugo Dotti – c’è tuttavia il substrato di una riflessione tutt’altro che estemporanea, di una ribellione certamente non occasionale. La convinzione della vanità del tutto e dell’infelicità dell’uomo non è attestata solo nelle pagine dello “Zibaldone”. Essa prende voce anche nelle missive fatte pervenire al Giordani. Il 17 dicembre 1819 Leopardi annota: “Era un tempo che la malvagità umana e la sciagura della virtù mi muovevano a sdegno, e il mio dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l’infelicità degli schiavi e dei tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de’ buoni e de’ cattivi, e nella mia tristezza non è più scintilla d’ira, e questa vita non mi par più degna d’essere contesa”.
Appellandosi all’ironia, nonché al sarcasmo, per denunciare le brutture del mondo, Leopardi punta a proporsi come il nuovo Luciano (scrittore greco del secondo secolo d.C. noto per i componimenti satirici) del diciannovesimo secolo. Da un lato, si trattava di combattere contro le tendenze spiritualistiche del tempo; dall’altro, si fondare una nuova filosofia, dissacratrice dell’ottimismo fideistico. La riflessione leopardiana, osserva Dotti, non cade più “sulle parole, ma sulle cose”. Nel porsi contro il mondo, il recanatese capovolge la concezione che ha della ragione. Prima l’aveva definita “supplizio della nostra vita”, ora la brandisce come un’arma della sua polemica, agguerrita e solitaria. Alleata della ragione, in questa lotta, è l’ironia, anche sotto forma del riso.
Più l’uomo – afferma Leopardi – è consapevole della propria infelicità, tanto più diventa incline a riderne. “Il riso – scrive – è una specie di pazzia non durabile, o pure di vaneggiamento e delirio”. Al riso Leopardi ascrive un merito sommo: quello di saper distrarre dalla spietata e inclemente verità delle cose e di saper risarcire, al contempo, un deleterio danno, che si identifica nella beffarda vanità della vita.
