I “grandi” della letteratura italiana, per trovare l’ispirazione e per esemplificare la loro narrativa, rivolgono lo sguardo al cielo. Nel firmamento spicca la luna, con la quale intrecciano un dialogo i cui talenti spendono a beneficio dei comuni mortali.
E’ stato definito “il poeta della luna” Giacomo Leopardi: numerosi e sostanziosi sono infatti i riferimenti nella prosa e nei versi. In questo scenario torreggia il componimento “Alla luna” (1820) dalla valenza programmatica, nel suo esplicito dichiararsi, già nel titolo. Il poeta definisce la luna “benevola”. In essa riconosce una confidente, muta e graziosa, dei suoi logoranti affanni. A distanza di un anno, Leopardi ritorna nuovamente sulla sommità del monte Tabor (lo stesso contesto contemplativo dell’”Infinito”) per ammirare l’astro. Davanti all’ineffabile spettacolo offerto dalla luna, che rischiara la selva sottostante con una luce ovattata e lattiginosa, il poeta – in una solitudine riecheggiante il sentire petrarchesco – cerca di trovare consolazione ai suoi travagli interiori. Eppure Leopardi è ben consapevole che neanche la luna, la sua “diletta” luna, può arrivare a comprenderlo fin nelle remote profondità del suo animo.
Del resto la luna fa parte di quella natura cui il poeta attribuisce una duplice dimensione: benevola e matrigna. Ed è quest’ultima valenza, nella poetica leopardiana, ad avere il sopravvento. Di conseguenza lo iato che si consuma tra l’io del recanatese e il cosmo si risolve in un verdetto severo e inclemente: non c’è modo di attingere una consolazione duratura, semmai solo fugace, nemmeno in un astro sentito e amato come “caro”.
Acquista una rilevanza simbolica la luna in Cesare Pavese, con particolare riferimento al suo ultimo romanzo “La luna è i falò” (1950). Nell’opera la luna serve a scandire il ritmo narrativo e ad instaurare il rapporto fra la terra e il cielo. Essa accompagna, illumina e sorveglia il classico itinerario esistenziale che va dall’infanzia alla maturità. La luna si configura come testimone di un’evoluzione, o meglio di un’involuzione, che muove dalle pure e ingenue tensioni e aspirazioni dell’adolescenza per approdare all’amara consapevolezza e constatazione della vanità delle ambizioni cullate con ardente trasporto.
“La luna – disse Nuto, (amico del protagonista Anguilla, ndr) – bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano. Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se non adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza”.
Pavese tratteggia uno scenario agreste in cui le screziature idilliache sono solo marginali. Domina, invece, una realtà cruda e sofferta: e il riferimento alla luna non ha nulla di esornativo, svolgendo essa il ruolo di testimone dello spinoso dipanarsi delle vicende umane.
Quando si è vissuto al buio, la luce della luna non può non sortire un effetto spiazzante, che si carica di un valore catartico. Nella novella “Ciaula scopre la luna” (1912) Lugi Pirandello racconta – attraverso l’esperienza epifanica del protagonista, un giovane di trent’anni – la bellezza, sorprendente, che risiede in una realtà che si dà per scontata. Una bellezza, dunque, che rischia di essere sottovalutata, se non addirittura ignorata, se non viene in soccorso un avvenimento che fa da deus ex machina.
Ciaula lavora in una miniera in Sicilia. Un giorno gli viene chiesto di lavorare tutta la notte per completare un carico di zolfo. Sebbene molto stanco, non si tira indietro e accetta l’incarico. Conosce molto bene gli insidiosi meandri della miniera e perciò si sente tranquillo. Ciò che lo agita, tuttavia, è la paura del buio, nata quando, in passato, nella miniera era scoppiata una mina. L’esplosione lo aveva costretto a rifugiarsi in un anfratto: in quel frangente critico aveva rotto la sua lanterna e il buio, allora, lo aveva come “ingoiato”. Ora, dunque, teme il buio, sentito come “nemico”, che lo attende una volta che sarà uscito dalla miniera. Con il sacco pieno di zolfo sale verso la superficie. Quando arriva in prossimità degli ultimi scalini, si accorge, con suo grande stupore, di essere circondato dalla luce. Dallo stupore passa allo sbalordimento, tanto che lascia cadere il sacco dalle spalle. E’ il momento, solenne, in cui Ciaula scopre la bellezza della luna. Scrive Pirandello: “Sapeva che cos’era, ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza”. Ci era voluto il buio, sempre tanto temuto, per fargli “scoprire” la luna. Ed ora Ciaula, prima stupito e poi sbalordito, è commosso fino alle lacrime.
