Sarà pure un capolavoro, ma anche una “bestia nera”: parola di traduttore o, meglio, di più traduttori. Gli intricati e infidi giochi di parole, l’incalzante avvicendarsi delle figure retoriche, i proverbi citati (non sempre di immediata trasparenza), i continui riferimenti alla cultura inglese (anche quella del cosiddetto “sottobosco letterario”) fanno di “Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie” (1865) una sorta di libro-spauracchio per chi è chiamato a rendere nella propria lingua, rimanendo fedele allo spirito del testo originale, anche le più remote o accennate sfumature. E’ dunque doveroso tributare un omaggio ai traduttori dei vari Paesi che, grazie al loro lavoro, hanno permesso a generazioni e generazioni di lettori di fruire di un’opera che ha esercitato, e continua ad esercitare, influenza e fascino nell’ambito dello scenario culturale. E l’omaggio va ovviamente reso all’autore, l’inglese Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll, la cui fama è indissolubilmente legata alla sorte e alle peripezie della protagonista, la quale cade, attraverso una tana di coniglio, in un mondo fantastico popolato da strane creature antropomorfe.
“Povera, piccola Alice!”: così si rammaricava Chesterton nel timore che le sue avventure finissero catturate dalla storia della letteratura, quella “seria”. Nell’esclamazione del creatore di Padre Brown è dato di cogliere il divario che segnò la vita di Carroll, compassato professore di matematica. Nel suo lavoro si specchia il rigido formalismo vittoriano, suggellato dal prestigio inamidato di una cittadina universitaria, ovvero l’Oxford di metà Ottocento. Ma una volta deposte sulla cattedra le matite rosse e blu e smessi i panni professorali, Carroll, narratore per passione, si immerge nel suo universo privato, un luogo dove – allentate le briglie del protocollo – dà libero sfogo alla sua scalpitante fantasia. Da questo brusco scarto, che sembra contenere in sé il germe di un’epifania catartica, nasce dunque un mondo magico, in larga misura inverosimile, in cui si muove con disarmante naturalezza Alice. Una naturalezza che, proprio in virtù del candore che la permea, finisce per conferire a quel mondo favoloso una sostanza di plausibile realtà. Si tramanda che l’introverso e schivo Carroll fosse affetto da balbuzie, e che essa si manifestasse in presenza di persone adulte. Il suo eloquio invece scorreva fluido solo quando si trattava di parlare con i bambini, perché con loro si trovava a proprio agio. Certo è che, una volta terminata l’opera, fu proprio a loro che la sottopose per avere conferma che fosse degna di essere pubblicata. La prima a dare la sua approvazione sarebbe stata Alice Pleasance Liddell, dieci anni, figlia del vicecancelliere dell’Università di Oxford, sulla quale sembra gravasse sempre il peso della malinconia. Carroll si ispirò a lei per la figura della protagonista che, grazie al brivido dell’avventura e dell’ignoto, squarcia le tenebre del tedio e viola le sicurezze di una vita scontata.
Tuttavia, come giustamente rileva Paola Faini, non ha importanza che Alice Liddell sia “Alice”. Di importanza ne ha molta, invece, – sottolinea la saggista – che ella sia il tramite che consente al suo creatore di ritrovare dentro di sé “lo spirito dell’infanzia”, inconsapevole dello sguardo critico di “chi mal tollera quella sua fantasia così assurda, irragionevole, priva di logica e per tanti versi inopportuna”. Ecco, forse proprio inopportuna, evidenzia la Faini, è giudicata in un uomo ormai adulto “quella voglia di sogno, di libertà, di lieta follia”: in realtà è l’unico mezzo di evasione di cui Carroll si può servire per estraniarsi dall’universo angusto e soffocante in cui si trova a vivere. Rievocare quello spirito dell’infanzia – con una pragmatica efficacia screziata di frammenti di sogno – significa per lo scrittore guadagnare una via d’uscita da quella che egli stesso non esita a definire “la solita banale realtà”.
Ma la figura di Lewis Carroll non si esaurisce nelle avventure di Alice. Fu infatti uno dei più stimati fotografi dell’età vittoriana. Ricercatissimi erano i suoi scatti. Immortalò anche personaggi di spicco del suo tempo, tra i quali Dante Gabriel Rossetti e Alfred Tennyson. Nel 1880, per un motivo non meglio precisato, dopo ventiquattro anni di attività, smise d’un tratto di fotografare. Aveva fino ad allora collezionato oltre tremila foto. Al contempo aveva vergato poesie e racconti su riviste a tiratura nazionale, come “The Comic Times” e “The Train”. Ma non si riteneva soddisfatto di questi scritti, composti tra il 1854 e il 1856. Smaniava, infatti, alla ricerca dell’opera che lo avrebbe consacrato nell’empireo letterario. Nove anni dopo, nel 1865, Alice gli avrebbe assicurato quello scranno tanto bramato.
