E’ un grigiore avvolgente e pervasivo il vero protagonista de “Il porto delle nebbie” (1932) di Georges Simenon. Ogni pagina è ispirata dall’intenzione di suggerire piuttosto che descrivere nel dettaglio, di evocare invece che affermare apertamente. Tuttavia l’effetto che emerge da questa impostazione narrativa è ben lungi dall’essere sbiadito e inefficace: al contrario, s’impone un ritratto di vita a tutto tondo – grazie alla singolare maestria espressiva dello scrittore belga – in cui la psicologia dei personaggi è scandagliata fin nei più remoti recessi, pur con un tocco di penna lieve e sfumato.
Il porto, nell’ambito di una narrazione tesa come una gomena, assurge a testimone del dinamico, e talora, confuso via vai di individui (sembrano fantasmi sguscianti) che – particolare eloquente – il commissario Maigret si trova a vedere quasi sempre di spalle perché impegnati, chini sul terreno, a intrecciare o a sbrogliare cavi e cime prima che le navi salpino o dopo che hanno attraccato. Ma anche quando è possibile vedere in faccia la gente del porto, il commissario, pipa in bocca (come è sua celeberrima abitudine), stenta a riconoscerne i tratti perché la nebbia si configura come un sudario che ne oscura la fisionomia. Tuttavia Maigret non si scoraggia e saprà, seppure con certosina e laboriosa pazienza, fare breccia nell’omertà che protegge colui che risulterà essere l’omicida di Yves Joris, ex capitano della Marina mercantile, comandante del porto di Onistreham, fra Trouville e Cherbourg.
Spicca la simbiosi che si viene a creare tra questa omertà e la nebbia del porto. Anche l’omertà, a suo modo, è una nebbia che intende coprire il male ed è dunque nemica della luce, anche la più fioca, che sa illuminare anche sbrindellati lacerti di realtà che comunque potrebbero risultare utili alla scoperta della verità, un’amara verità. Al contempo, tuttavia, tra l’omertà e la nebbia che cala sul porto come un sipario, c’è una fondamentale differenza. Quella del porto è una nebbia innocente, ha un suo fascino, positivo e suggestivo, e fa parte delle meraviglie della natura; l’omertà degli uomini non ha nulla di innocente, è negativa e perversa, tanto da farsi complice di un delitto. Al suo confronto, la nebbia del porto finisce per acquisire, con effetto paradossale, una sua trasparenza. In questa dimensione, il porto assume una rilevanza ancora più pregnante: sembra avere occhi che scrutano, con rigore inclemente, le malefatte di uomini dall’equivoco passato, che dentro di sé covano un garbuglio di travagliate pulsioni, che vanno dal livore alla vendetta.
Svolge un ruolo importante Julie, la domestica della vittima. Ci sono momenti, scrive Simenon, in cui è carina, e sembra molto fine; in altri momenti si vede riaffiorare, “chissà perché, la contadinotta rimasta rozza”. Quando la nebbia si dirada (avviene raramente) Maigret ha modo di apprezzare la bellezza e i modi di Julie; quando la nebbia torna fitta, la donna riacquista movenze meno urbane: un chiaroscuro, questo, che è funzionale all’economia del racconto, perché simboleggia l’ambigua e sfuggente natura dei personaggi la cui sembianza esteriore non è sempre specchio fedele del loro stato interiore.
Di primo acchito, a Maigret pare che il porto, dove è stato inviato per svolgere l’indagine, sia di poca importanza: è piccolo e anche un po’ malandato. Eppure ha un suo significativo rilievo in virtù del canale che collega la rada alla città di Caen e che consente il passaggio di navi di cinquemila tonnellate. E sul molo il commissario, alle calcagna del presunto colpevole, si immerge in riflessioni che conferiscono al “giallo” un robusto spessore. Mentre si ode il sommesso mormorio del male, Maigret si trova a constatare che anche nello spazio di alcuni metri quadrati, così misura il porto, è possibile che si concentri un universo densamente popolato sia da figure umane sia dai loro complessi sentimenti. L’atmosfera, pensa tra sé e sé Maigret, non è “sinistra”: eppure egli avverte “una vaga inquietudine e un’angoscia” che rimandano alla sensazione di “un mondo sconosciuto al quale si è estranei e che continua a vivere di vita propria intorno a noi”. E mentre la riflessione di Maigret rischia di farsi “ancor più cupa” interviene, in suo soccorso, il fascio di luce sciabolante del faro: una luce che sembra suggerire al commissario che non bisogna mai perdere la speranza e che una volta squarciato il sudario della nebbia, o meglio dell’omertà, è possibile finalmente scoprire la verità. E fare giustizia.
