Il capo del romanticismo ebbe la meno romantica delle esistenze. Comincia così, con una frase lapidaria e sagace, lo splendido ritratto che il grande critico Attilio Momigliano fa di Alessandro Manzoni, definito “il personaggio più olimpico della nostra letteratura”. La sua vita, pur studiata alla luce delle memorie dei familiari, manca di intimità. Sui suoi “moti interni” egli mantenne sempre un delicato silenzio. Manzoni, che pare uno scrittore così limpido, è in realtà “sfingetico” con la sua costante oggettività, sia nell’arte che nell’epistolario. Un’oggettività che lo portò a prendere le distanze dalla poesia romantica, la quale riteneva fosse bello solo ciò che è “vago, incerto, confuso”.
Per Momigliano “I Promessi sposi” segnano il principio della più grande rivoluzione avvenuta nel campo della prosa italiana. “Dopo la sua prosa – scrive – ne avemmo altre due spiccatamente originali, quella di Carducci e quella di D’Annunzio. La prima ha esercitato un’influenza ristretta e ben presto fu riconosciuta come troppo personale; la seconda ha improntato di sé una parte della prosa artistica. Tuttavia anch’essa ha rivelato la sua natura artificiosa. Di conseguenza, siamo sempre e saremo sempre sotto il dominio di Manzoni”.
Sono “migliaia” i romanzieri che da lui hanno derivato l’osservazione arguta e la parola senza pretese; sono “migliaia” i romanzieri che hanno imparato da lui a “pensare senza gonfiezze”.
La sua è un’arte pensosa, dove la passione non è impetuosa, ma “sprofondata nelle regioni della meditazione”. Nell’amore di Lucia e nell’amore di Ermengarda, nelle “tempeste” dell’Innominato, nelle fantasie torbide di Gertrude si vede, sopra un fondo più o meno agitato, un velo di calma. Quelle descritte da Manzoni sono “passioni contemplate”. Della sua indole usava dire: “Spregio ma non odio”. E si definiva “un solitario impacciato”. Era ardito, nota il critico, finché si trattava di chiacchierare tra amici e nel mettere in campo proposizioni che paiono paradossi, ed era tenace nel difenderle. Ma se la parola rivestiva un carattere “ufficiale”, ovvero se essa venina messa sulla carta, per Manzoni “tutto si faceva dubbioso e oscuro” perché era segnato dalla consapevolezza che “le parole possono condurre a una deliberazione”. In sostanza, lo scrittore – dall’alto della sua severa dimensione etica – temeva le conseguenze che ogni singola parola, anche quella, almeno all’apparenza, più banale poteva determinare. Da questa prospettiva, in cui si specchia lo scrupolo del buon cristiano, deriva l’equilibrio linguistico che caratterizza il suo capolavoro.
Momigliano afferma che Manzoni è moralista, “ma non annoia mai”, perché la sua morale è radicata in una psicologia concreta ed è ravvivata da un’umanità commossa. La luce del suo giudizio sulle storture della società è forte, ma non abbaglia. La sua è una prosa paziente, di togata austerità, che bandisce “una procellosa irruenza”. Qualità, queste, che si manifestano in massimo grado nei “Promessi sposi”, ovvero l’”anima stessa” di Manzoni, “la sublimazione” della sua vita nella cristallina trasparenza dell’arte, “l’armonia” che ha dissipato in sé tutte le nebbie e placato tutti i dissidi.
Grande e radicato fu in Manzoni il rispetto per la verità storica. Esso esemplarmente si esprime in questa affermazione: “Ciò che fu creduto da tutto un popolo ha sempre un genere e un grado di importanza che non può essere ottenuto dalla finzione isolata e arbitraria dell’uomo che si rinchiude nel suo studio per fabbricarvi dei pezzetti di storia, secondo il suo bisogno e il suo gusto”. Questo rispetto per la verità storica si riflette nella resa artistica, sempre regolata da un sentimento “frenato ma profondo”, in virtù del quale anche le più torbide tristezze “dileguano in una serenità superiore”.
