L’ironia manzoniana fiorisce anche intorno alle figure minori dei “Promessi Sposi”, sebbene sia doveroso precisare che per il Gran Lombardo non esistono soggetti comprimari, perché ciascuno svolge un ruolo funzionale all’economia del romanzo nutrito di una sensibilità cristiana tale, per virtù di coerenza, da non lasciare ai margini nessuno. Si staglia allora in un episodio breve ma graffiante nella sua incisività rappresentativa il profilo dell’oste, alla cui locanda si reca Renzo prima della “notte degli imbrogli” (quando si tenterà, invano, di contrarre tra lui e Lucia, sotto l’egida di Agnese, un matrimonio clandestino officiato dal “pover’uomo” don Abbondio).
L’oste, da “navigato commerciante”, ha fiutato la situazione. Vede Renzo e vede anche alcuni bravi legati a don Rodrigo, e subito comprende che deve “usare diplomazia” per non inimicarsi gli avventori, “a prescindere da che parte stanno”. Magistrale è il modo in cui Manzoni descrive il sapiente destreggiarsi dell’oste, il quale, mentre è impegnato, in dialoghi smilzi e asciutti, a stabilire un minimo di dialogo con Renzo e con uno dei bravi, non tralascia i suoi doveri e non abdica ai gesti rituali del suo mestiere.
“Tornò – scrive – con una tovaglia grossolana sotto il braccio e un fiasco in mano, stirando, con tutt’e due le mani, la tovaglia sulla tavola, mentre prendeva il tegame delle polpette”. L’oste è prudente e abile nell’arte di gestire i clienti, verso i quali, tuttavia, ha pur sempre le sue preferenze nascoste, dettate – e qui vibra l’ironia manzoniana – dal proprio tornaconto personale. “Un uomo così fatto – rileva – che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d’essere molto amico de’ galantuomini in generale, ma in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni”. Dalla scena l’oste, dunque, esce un po’ malconcio. La sorridente bonarietà con cui Manzoni stuzzica la sua vanità di “consumato uomo d’affari”, pur nell’”angustia” della sua locanda, si arma dello strale che ne ferisce il perverso orgoglio di persona più incline, cinicamente, a prendere le parti di coloro che la legge non la rispettano, se questi “birboni” risultano essere gli avventori più regolari e, quindi, per lui più redditizi.
