Dalle cronache del tempo fu definita una “serata memoranda”. Non si può che convenirne poiché a Firenze, quel 3 settembre 1827, su iniziativa dell’editore Giampietro Vieusseux, si incontrarono Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi. Una primizia. Erano presenti altri letterati illustri e in quell’augusta occasione, rilevarono sempre le cronache del tempo, fu dato di registrare qua e là una “soverchia franchezza” nel conversare, con particolare riferimento allo scrittore Pietro Giordani e alle sue intemperanze verbali in materia di religione.
Di quell’incontro parlò lo stesso Leopardi, dandone notizia all’editore Antonio Fortunato Stella. Così scriveva il poeta: “Me la passo con questi letterati, che sono tutti molto sociali, e generalmente pensano e valgono assai più de’ bolognesi. Tra’ forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia discorre, e che ora è qui colla sua famiglia”.
Il critico letterario Francesco Moroncini si professò scettico riguardo all’uso del termine “amicizia” fra Manzoni e Leopardi, attribuendo al recanatese “un eccesso di immaginazione”. L’appassionato studioso di cose leopardiane, padre Clemente Benedettucci riferì una testimonianza di Terenzio Mamiani: “Io veduto Leopardi – affermò lo scrittore e patriota -rincantucciato e solo mentre il fiore de’ letterati e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo invitai a manifestarmi quello che gliene paresse”. Leopardi rispose: “Me ne pare assai bene, e godo che i fiorentini non si dimentichino della gentilezza autentica dell’essere stati meravigliosi nel culto dell’arte”.
In un saggio Alessandro Tortoreto, riguardo alla presunta “amicizia” tra Manzoni e Leopardi, dichiara che è lecito parlare “soltanto di rapporti indiretti”, sul fondamento degli epistolari e delle testimonianze, con netta prevalenza da parte leopardiana. Interessante è quanto scrisse Leopardi nella missiva all’editore Stella, datata 23 agosto 1827 (cioè qualche giorno prima di quel famoso incontro): “Del romanzo del Manzoni, del quale io ho solo sentito leggere alcune parti, le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore alle aspettative. Gli altri generalmente lo lodano”. E il 30 agosto il giudizio si fece più severo. In una lettera all’editore Pietro Brighenti, Leopardi affermò: “Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco?”.
La miopia critica del poeta va in realtà legata alla miopia dei suoi occhi, gravemente danneggiati da quello studio “matto e disperatissimo”. Infatti è opinione corrente che Leopardi avesse letto, da principio, solo il primo capitolo del romanzo, e forse nemmeno tutto. E innegabile, tuttavia, la sua disarmante ingenuità – in considerazione della sua altissima statura culturale – nel farsi influenzare dai benpensanti dell’epoca, che il romanzo lo avevano letto per intero. Un’influenza che sembra esercitata anche dal celebre abate Antonio Cesari, il quale, dopo aver meditato sul primo tomo del romanzo, aveva espresso censure sparse tra generiche lodi. Così commentava: “Nell’opera mi ci parve trovar diffetti quanto ad episodi e digressioni. Nell’eleganza dello scriver grave e naturale egli è ancora addietro”.
Quando Leopardi migliorò la vista, ebbe modo di mettere più a fuoco il suo giudizio sul romanzo. Affrancatosi dalle grette riserve formulate dai detrattori, venne a tessere elogi, venati di un senso di colpa e intrisi di resipiscenza. Questa volontà di riscattarsi da una frettolosa e superficiale valutazione si manifestò nella definizione del romanzo – in una lettera del 25 febbraio 1828 al gentiluomo veneziano Antonio Papadopoli – quale “opera di grande ingegno”, nonché di un uomo “veramente amabile e rispettabile”. E, fatto raro, Giacomo si trovò ad avere la stessa opinione del padre Monaldo, proprio grazie a Manzoni, del quale entrambi lodavano quello “spirito cristiano” posto, dal gran lombardo, a principio ispiratore del suo capolavoro.
