Quando la fine rappresenta un nuovo inizio. Era parco di lodi nel giudicare i colleghi, lo scrittore statunitense, naturalizzato britannico, Henry James, ma nel caso di Matilde Serao il giudizio che emise fu più che lusinghiero. “Ogni romanzo da lei confezionato finisce per la Serao ma non per il lettore che, dopo l’ultima parola dell’ultima pagina dell’opera, comincia a rileggere il testo nella sua mente, perché sono tanti e significativi gli interrogativi suscitati da una narrativa sempre incalzante e illuminante”.
Lo scrittore mostrò di apprezzare in particolare – in un saggio pubblicato, il 24 marzo 1901, sulla rivista “The North American Review” – la raccolta di racconti “Paese di cuccagna”, in cui la Serao denuncia con forza “la rovina morale e sociale” della città di Napoli, “perseguitata” dal gioco del lotto: una rovina che investiva famiglie di ogni estrazione. James definì l’opera “degna di grande ammirazione”, anzitutto per il coraggio con cui la scrittrice aveva esposto, senza diaframmi o infingimenti, i deleteri effetti di una vera e propria piaga sociale.
James elogiava poi “l’acceso temperamento napoletano” della collega: tratto, questo, che si traduceva nella pagina in una vivida e briosa espressione di pensieri, sensazioni ed impressioni, in un contesto sempre caratterizzato da un’attenta e puntuale analisi dell’animo dei vari personaggi. A tale nevralgico aspetto James era particolarmente sensibile: non a caso, è ritenuto, all’unanimità, dalla critica il maestro, insieme a Virginia Woolf, del realismo psicologico in letteratura. “Matilde Serao -sottolineava James nel saggio – sa muoversi con grazia ed agilità tra i labirinti della psiche dei personaggi che popolano i suoi romanzi, senza che le siano di intralcio pregiudizi o concezioni aridamente aprioristiche. Il risultato di questo approccio è una fresca spontaneità che pervade costantemente le sue opere”. Una spontaneità, tiene a precisare James, che è tanto più da apprezzare “se posta in contrasto con quel carattere paludato e stantio che mina alle fondamenta il tessuto di tanta narrativa in Europa, anzitutto in Inghilterra”.
Sul versante linguistico, a James non poteva sfuggire il prezioso bagaglio di conoscenza e di esperienza strettamente legato alla professione di giornalista della Serao. “Certi passaggi, certe movenze e certi guizzi sono propri di una pratica, caratteristica del giornalista di grande calibro, che fa anche dell’elemento più minuto e della cronaca più spicciola il centro della sua narrativa, elevando l’insieme – apparentemente banale o marginale – a dignità d’arte”, dichiarava lo scrittore.
Parimenti elogiativa mei riguardi di Matilde Serao fu un’altra illustre figura del panorama letterario: Edith Wharton, anche lei statunitense. Nel libro di memorie “A Backward Glance” (1934) la scrittrice – la prima donna a vincere il premio Pulitzer, nel 1921, con il romanzo “L’età dell’innocenza” – evidenziava che nei Paesi latini, le poche donne che brillano come conversatrici interferiscono, spesso, a detrimento di un rapido scambio di battute. Non è così con Matilde Serao. Ella, infatti, non cercava di profetare e di predominare. Ciò che le interessava era di comunicare con persone intelligenti. Il suo tirocinio di giornalista le aveva fornito una rude e pronta conoscenza della vita, come pure una profonda ed utilissima esperienza delle cose pubbliche”. La Wharton notava poi “un senso agilissimo del fair play” nella Serao, la quale, dotata della rara virtù di saper ascoltare, “non indugiava mai troppo a lungo su una questione, ma piazzava le sue battute al momento giusto”. E sale decisamente di quota la già positiva valutazione della Wharton quando ella rimarcava che “cultura ed esperienza si fondono nella Serao nello splendore di un saldo intelletto”.
