Nell’agenda di lavoro di Maupassant la voce “senza” ricorre con significativa frequenza quando viene usata nel tessere una fiera arringa contro i critici letterari. Ne è prova la prefazione al romanzo “Pierre e Jean” (1888) in cui lo scrittore francese sciorina una litania di “senza” per stabilire i canoni essenziali che devono presiedere all’onesto lavoro del recensore. Maupassant premette che la tendenza, dagli effetti destabilizzanti e nocivi, è quella di lamentare che un romanzo, pur fregiato di alcuni meriti, non è in definitiva un romanzo. Di contro, egli così ribatte: “Posso dire con altrettanta categoricità che spesso la recensione non è una recensione”.
Perché essa sia degna di questo nome il critico che la verga deve spogliarsi di orpelli e di fronzoli: ecco, allora, irrompere sulla scena la preposizione “senza”.
Maupassant dichiara che il vero recensore deve “comprendere” e “spiegare” la natura del libro che ha in esame “senza faziosità, senza opinioni preconcette, senza attingere a idee stantie supinamente legate a scuole di pensiero”. Lo scrittore poi si chiede se esistano regole fisse atte a certificare, in maniera incontrovertibile, l’identità e la legittimità di un romanzo. Anche su questo versante è puntuale il ricorso alla voce “senza”. Il critico deve valutare un’opera “senza fare appello a riferimenti ritenuti, con animo distratto e superficiale, universalmente validi”, perché un’opera si muove e si muoverà sempre in un contesto fluido, multiforme e mai scontato.
Sono numerose e nette le differenze – rileva – che si possono riscontrare tra la “Cugina Bette” e “I tre moschettieri”, tra “Il rosso e il nero” e “Madame Bovary”. Eppure nessuno può sostenere, “senza essere deriso e facilmente disarcionato”, che ciascuna di queste opere non è un romanzo, o che solo alcune lo siano. “Senza supponenza e senza un giudizio stereotipato” il critico potrà fare un lavoro utile alla repubblica delle lettere, concede Maupassant che comunque, al tempo stesso, forgia una chiosa intinta nel sarcasmo: “Sempre ammesso che il critico di turno sappia scrivere”.
