Guy de Maupassant aspetta ancora di essere riconosciuto per quello che è stato: un grande scrittore. All’autore di “Bel Ami”, Carlo Bo ha reso, in più di un’occasione, un omaggio sentito e vibrante. La sua storia ha “qualcosa di eccezionale”, sottolinea il critico letterario. Infatti l’ispirazione creativa si è consumata in un decennio, dal 1880 al 1890, ovvero un breve periodo che avrebbe dovuto essere di apprendistato, considerando che Maupassant era nato nel 1850. Invece quel decennio è stato “il tempo compiuto” della sua opera: trecento novelle e racconti, cinque romanzi, nonché “un’infinità di cronache, tutta la cucina giornalistica e le divagazioni del viaggiatore”.
Bo rileva che nel leggere Maupassant si ha subito l’impressione che egli riesca, in modo mirabile, a forgiare “l’immediata restituzione della credibilità della realtà”. Anche quando sembra cedere al disinvolto e sbrigliato gusto del raccontare, lo scrittore “non tradisce mai il suo piccolo vero”. Non ci sono altri esempi di una naturalezza così franca ed aperta. “Anche nei maggiori scrittori – afferma Bo – c’è sempre un punto che lascia inquieti e perplessi sulla spontaneità della resa. Maupassant, al contrario, potrebbe andare avanti all’infinito e non deludere mai”. Al contempo il critico evidenzia che nella sua opera c’è costantemente in agguato “un’insuperabile tristezza”, esemplata sull’idea che “tutto è destinato a finire, e nel peggiore dei modi”.
Nel mondo dello scrittore non c’è alcun margine riservato alla salvezza: a cominciare dall’amore, “ogni ragione umana è destinata a corrompersi e poi a morire, lasciando nel nostro cuore delusione e smarrimento”. In questo scenario si manifesta con potente evidenza il fiero contrasto fra la vita e la morte. Da un lato, il tonificante spumeggiare dei sentimenti; dall’altro, il senso ineluttabile del decadimento e dell’oblio. “Nel momento stesso in cui raccontava la realtà – osserva Bo – Maupassant era colto dal gusto della cenere. La vita gli si trasformava sotto la penna in un atto di incinerazione”.
Il mondo, per lo scrittore, è quello che è, non è suscettibile di “amplificazioni sentimentali”. Maupassant si richiamava alla filosofia del “carpe diem”, ma con qualcosa in più: la malinconia che volge al dramma e infine alla tragedia. “Questo – dichiara il critico – ci aiuta a capire come sullo scrittore sia stata innestata un’interpretazione abusiva, quella che ne fa un narratore piatto e inerte, mentre è vero il contrario”. Sfidando l’usura del tempo, Maupassant continuerà a “rapire” i lettori e a mostrare, nella sua impietosa visione del mondo, la forza e la verità del “sentimento vitale”, di cui è stato uno dei maggiori interpreti. Maupassant, ossessionato dalla morte, ha sempre creduto nella vita, “anche quando essa era soltanto apparenza”. E della vita è stato “uno dei lettori più perspicaci, e dei più credibili”.
